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Violato spazio aereo di una base Usa, aumenterà spesa per difese anti-drone anche in Europa

4 min di lettura

Cosa è successo

Tra il 9 e il 15 marzo, la base Barksdale dell’Air Force americana in Louisiana, sede secondo stormo bombardiere e base operativa dei bombardieri strategici B-52 Stratofortress, nonché uno dei pilastri della componente aerea della triade nucleare americana ha osservato molteplici violazioni del proprio spazio aereo da parte di stormi di droni non autorizzati. Ripetutamente, gruppi di 12-15 velivoli che hanno sorvolato aree sensibili, inclusa la zona dove sono schierati i bombardieri. I droni presentavano caratteristiche non commerciali: segnali sofisticati, collegamenti di controllo a lungo raggio e una certa resistenza alle contromisure elettromagnetiche predisposte a sicurezza della base. Stando al rapporto ufficiale, questi droni si sarebbero mossi in modo coordinato, entrando e uscendo dalla base con traiettorie plausibilmente studiate per evitarne l’identificazione. Alcuni segnali, tra cui l’attivazione di alcuni
sensori di bordo, fanno pensare ad un test per studiare la reazione delle difese della base ad una violazione del suo spazio aereo – così da pianificare meglio un possibile attacco. L’incursione ha portato a misure di sicurezza di emergenza e ha temporaneamente interferito con le operazioni di volo. L’episodio avviene mentre Barksdale supporta l’operazione Epic Fury, la campagna di bombardamenti statunitensi contro l’Iran che ha visto l’impiego intensivo di B-52 Stratofortress, B-1 Lancer e B-2 Spirit. Le autorità stanno indagando con FBI e forze dell’ordine locali, ma al
momento non è stata rivendicata alcuna responsabilità né confermata una connessione diretta con attori statali.

Cosa significa

L’incidente non è un semplice disturbo isolato, ma rappresenta un campanello d’allarme sulla vulnerabilità delle infrastrutture militari strategiche statunitensi anche in territorio nazionale. La difesa anti-aerea è, come dimostra la guerra in Ucraina, di centrale importanza. La difesa anti-aerea, però, si basa largamente su un assunto: che l’attacco venga lanciato dal territorio avversario, o comunque straniero, e dunque vi siano sufficienti tempi di risposta sul
suolo nazionale. L’operazione mette in discussione questi assunti. O i droni sono stati lanciati dall’interno degli Stati Uniti. O questi sono decollati dall’estero, magari volando a bassa quota per sfuggire le difese anti-aeree tradizionali, riuscendo così a raggiungere gli obiettivi. A prescindere, gli Stati Uniti sembrano soggetti ad una vulnerabilità. Qualche attore avversario ha studiato procedure, turni, difese e organizzazione della base eventualmente per lanciare un attacco, via aria, ma anche eventualmente via terra, se gli operatori dovessero già essere dentro il territorio americano. Il fatto che l’incidente sia avvenuto su una base nucleare, proprio mentre gli Stati Uniti conducono operazioni di combattimento reali in Medio Oriente, sottolinea come la minaccia dei droni non sia più confinata ai teatri di guerra lontani (Ucraina, Medio Oriente), ma possa colpire direttamente il cuore della deterrenza americana.

E adesso?

L'episodio richiama quanto già evidenziato da Albert Wohlstetter negli anni ’50, che rivoluzionò il pensiero strategico americano con i suoi studi sulla vulnerabilità delle basi USA (in particolare dei bombardieri dello Strategic Air Command): allora il pericolo principale erano i missili avversari in un attacco di sorpresa che, distruggendo le basi americane, avrebbero impedito una risposta, andando così a indebolire l’intera architettura della deterrenza disegnata
dal Pentagono. Oggi, con la proliferazione di droni accessibili e coordinabili, quel concetto di vulnerabilità delle basi fisse torna prepotentemente attuale, ma in forma asimmetrica, a costi minori e soprattutto con una prospettiva più ampia.
Impossibile infatti al momento dire se l’operazione sia opera di hobbisti interni o di cellule straniere presenti sul territorio americano, se sia stato lanciato fuori dal confini degli Stati Uniti e chi vi possa essere dietro, se l’Iran, la Cina, la Russia o anche solo i narcos messicani.

  • Nel breve termine, l’incidente impone un’accelerazione delle misure di protezione anti-drone intorno alle basi strategiche USA e alleati: sistemi di rilevamento avanzati, jamming più efficaci, contromisure cinetiche e forse anche droni difensivi o reti di sensori distribuiti.
    Barksdale e altre installazioni simili (inclusa la componente nucleare) potrebbero dover rivedere procedure operative, con possibili impatti su prontezza e costi.
  • Nel medio periodo, rafforza la necessità di integrare pienamente la difesa contro droni a basso costo anche e soprattutto fuori dagli Stati Uniti, dove le minacce sono più alte per via della maggiore prossimità a potenziali avversari e alla più complessa governance della sicurezza (e.g, sul territorio italiano, la responsabilità della sicurezza spetta alle autorità italiane, ma gli Stati Uniti hanno lo stesso delle loro basi).
    Realisticamente, la spesa per difese anti-drone saranno costrette ad aumentare significativamente. Ciò vale per il campo di battaglia, ma vale anche per gli spazi civili dove la difficoltà maggiore è far convivere il traffico aereo civile, difendere obiettivi strategici e neutralizzare minacce asimmetriche.

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