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Uno studio su 260mila persone in 20 anni collega il grasso addominale a un rischio cardiovascolare fino al 50% più alto

Cos’è successo
Una nuova analisi pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology, riapre il dossier sul limite del BMI nella valutazione del rischio cardiovascolare. I ricercatori hanno analizzato dati raccolti in oltre 260.000 persone lungo circa 20 anni. Il risultato chiave: tra persone normopeso o sovrappeso, chi aveva circonferenza vita elevata e rapporto vita-fianchi alto mostrava un rischio 15–50% maggiore di eventi cardiovascolari fatali e non fatali, inclusi ictus e malattie cardiache.
Il punto non è che il peso non conti. Il punto è che dove si accumula il grasso può contare più del numero sulla bilancia. Il grasso viscerale, localizzato intorno agli organi addominali, è associato più fortemente a malattie cardiovascolari e diabete rispetto al grasso sottocutaneo.
Perché conta
- Il BMI perde il monopolio della prevenzione cardiovascolare. Il BMI è semplice, economico e utile su grandi popolazioni, ma non distingue massa grassa, massa muscolare e distribuzione del grasso. Due persone con lo stesso BMI possono avere profili di rischio molto diversi;
- Il normopeso non è sempre sinonimo di basso rischio. Una persona può avere BMI nella norma ma adiposità centrale elevata. In quel caso il rischio cardiometabolico può essere sottostimato se ci si limita solo a peso e altezza;
- La prevenzione torna a strumenti semplici. Circonferenza vita e rapporto vita-fianchi sono misure banali, economiche e applicabili ovunque. Non sostituiscono esami, anamnesi o scoring cardiovascolare, ma aggiungono un’informazione clinica spesso trascurata.
Adesso
- Scenario prudente: integrare, non buttare via il BMI. Il BMI resta uno strumento utile per screening e popolazioni ampie. Ma dovrebbe essere affiancato sistematicamente da misure di adiposità centrale, soprattutto nei pazienti apparentemente “non obesi”;
- Scenario forte: rischio cardiovascolare più fenotipico. La prevenzione potrebbe diventare meno centrata sul peso totale e più sul fenotipo metabolico: girovita, pressione, lipidi, glicemia, infiammazione, fitness cardiorespiratoria, massa muscolare e distribuzione del grasso;
- La metrica da monitorare sarà il cambiamento clinico reale. La domanda non è solo se misurare il girovita predice meglio il rischio. È se inserirlo davvero nella pratica porta a diagnosi più precoci, interventi più mirati e meno eventi cardiovascolari. Perché un metro da sarta può sembrare poco tecnologico, ma può intercettare un rischio che la bilancia non vede.