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Le farmacie controllate da una società di capitali dovranno fermarsi tra il 15 e il 19% del mercato regionale se la Camera conferma la stretta del Senato

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Le farmacie controllate da una società di capitali dovranno fermarsi tra il 15 e il 19% del mercato regionale se la Camera conferma la stretta del Senato

Cos’è successo

Il 7 ottobre il Senato ha approvato il disegno di legge delega per il riordino della legislazione farmaceutica, introducendo una novità destinata a incidere sulla proprietà delle farmacie italiane. Il testo, ora all'esame della Camera, prevede di ridurre il limite massimo di farmacie controllabili da una stessa società di capitali all'interno di una Regione.

Dal 2017, infatti, anche gli investitori non farmacisti possono possedere farmacie attraverso società di capitali, purché la direzione professionale sia affidata a un farmacista abilitato. La legge fissa attualmente al 20% delle farmacie regionali la quota massima controllabile da un singolo soggetto. L'emendamento approvato al Senato propone di portare questo limite in una fascia compresa tra il 15% e il 19%. Non si tratta ancora di una modifica in vigore: dopo il passaggio parlamentare, sarà il Governo a definire le nuove regole attraverso i decreti attuativi.

Perché conta

  • Il mercato italiano potrebbe cambiare direzione. La liberalizzazione del 2017 ha favorito l'ingresso di capitali e la crescita delle catene, avvicinando gradualmente l'Italia a mercati come quello britannico. Abbassare il limite significherebbe frenare la concentrazione proprietaria, incidendo sulle strategie di acquisizione e consolidamento del settore;
  • Le catene offrono opportunità, ma anche rischi. La gestione di più farmacie può generare economie di scala, investimenti tecnologici e una maggiore capacità di offrire servizi sanitari. Al tempo stesso, una forte concentrazione potrebbe ridurre la concorrenza locale e aumentare la pressione commerciale sui farmacisti, il cui ruolo professionale deve rimanere indipendente dagli obiettivi di vendita;
  • La farmacia non è un normale esercizio commerciale. La sua distribuzione territoriale è già regolata, con un parametro generale di una farmacia ogni 3.300 abitanti. La questione riguarda quindi l'equilibrio tra investimenti privati e servizio pubblico: favorire la crescita delle catene non garantisce automaticamente una maggiore presenza nelle aree rurali, dove la redditività è spesso inferiore.

Adesso

La Camera dovrà confermare o modificare la stretta. Il passaggio decisivo sarà stabilire quale limite verrà effettivamente adottato e come saranno trattate le società già presenti sul mercato.

  • La concorrenza potrebbe spostarsi sui servizi. La stessa riforma punta a rafforzare la farmacia territoriale attraverso telemonitoraggio, aderenza terapeutica e integrazione con il sistema sanitario. Le catene potrebbero disporre di maggiori risorse per sviluppare questi servizi, mentre le farmacie indipendenti potrebbero valorizzare prossimità e continuità del rapporto con il paziente;
  • Il risultato andrà misurato sui cittadini. Numero di farmacie disponibili, copertura delle aree interne, qualità dei servizi, prezzi dei prodotti non regolati e autonomia professionale saranno gli indicatori per capire se una maggiore o minore concentrazione produce effettivamente benefici;
  • Il nodo della riforma è stabilire quanta concentrazione possa essere compatibile con un servizio sanitario di prossimità, senza rinunciare agli investimenti necessari per trasformare le farmacie in presidi assistenziali sempre più integrati.

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