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Il nuovo contratto porta in media 560 euro lordi in più al mese a 138mila dirigenti sanitari, ma resta da capire se basterà a trattenerli nel Ssn

Cos’è successo
Cinquecentosessanta euro lordi mensili in più, in media, per circa 138mila dirigenti della sanità pubblica, prevalentemente medici. È quanto prevede il rinnovo del contratto collettivo nazionale 2025-2027, per il quale sono state stanziate risorse pari a 968 milioni di euro. L'incremento a regime comprende 393 euro derivanti dagli aumenti contrattuali ordinari, corrispondenti al 5,4% previsto per il pubblico impiego, e ulteriori 167 euro destinati alle indennità.
Gli importi effettivi varieranno in funzione della posizione e del trattamento economico individuale.
L'accordo introduce anche una progressione della retribuzione di posizione legata all'esperienza professionale, nuove possibilità di welfare aziendale e maggiori tutele, compreso il supporto psicologico e legale per i dirigenti vittime di aggressioni. La firma dell'intesa è stata annunciata il 7 ottobre, mentre l'efficacia definitiva resta subordinata alle verifiche previste dalla legge.
Perché conta
- Il personale sanitario diventa una priorità di politica industriale pubblica. Il rinnovo non rappresenta soltanto un adeguamento retributivo, ma un investimento nella capacità del Ssn di mantenere competenze professionali strategiche. Retribuzioni, condizioni di lavoro e prospettive di carriera incidono sull'attrattività del settore pubblico, soprattutto in presenza di alternative nel privato e all'estero;
- La sostenibilità del Ssn dipende anche dalla composizione del personale. L'aumento degli stipendi dei dirigenti interviene su una componente essenziale del sistema, ma non risolve automaticamente gli squilibri tra professioni, specialità e territori. La disponibilità di medici, infermieri e altri professionisti deve essere coerente con i bisogni assistenziali: aumentare la spesa per il personale non equivale necessariamente ad aumentare la capacità di erogare prestazioni;
- Il contratto introduce una dimensione organizzativa oltre a quella economica. Progressioni professionali, welfare e tutele contro le aggressioni riconoscono che la permanenza nel servizio pubblico non dipende esclusivamente dalla retribuzione. Il punto è rilevante perché la perdita di personale esperto può tradursi in minore continuità assistenziale, difficoltà nella copertura dei servizi e maggiori costi organizzativi.
Adesso
- Verificare l'effetto sulla capacità di trattenere i professionisti. L'impatto del rinnovo andrà misurato attraverso indicatori concreti: dimissioni volontarie, mobilità verso il privato, partecipazione ai concorsi e copertura delle posizioni vacanti. Senza questi dati, l'efficacia della misura resterà prevalentemente retributiva;
- Integrare gli aumenti con politiche mirate alle aree più critiche. Specialità ospedaliere, pronto soccorso e territori con maggiori difficoltà di reclutamento potrebbero richiedere strumenti aggiuntivi, dalle indennità selettive alla revisione dei carichi di lavoro. Un aumento medio nazionale, infatti, non risponde necessariamente a criticità distribuite in modo disomogeneo;
- Passare dalla politica salariale alla programmazione del capitale umano. Nei prossimi anni la sfida sarà collegare retribuzioni, formazione, fabbisogni professionali e organizzazione dell'assistenza. Il rinnovo contrattuale può rappresentare un primo intervento, ma la sua capacità di rafforzare strutturalmente il Ssn dipenderà dalle politiche che lo accompagneranno;
- La questione di fondo non è soltanto quanto pagare i professionisti sanitari, ma come costruire un sistema pubblico nel quale continuare a lavorare rappresenti una scelta competitiva e sostenibile.