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Unicredit supera la soglia del 30% nel controllo della tedesca Commerzbank e toglie a Berlino la leva finanziaria per bloccare l’operazione

Cos’è successo
UniCredit ha superato la soglia critica del 30% nell’azionariato della tedesca Commerzbank, spostando la partita dal terreno dell’esito – ormai scontato – a quello della forma. Con le adesioni all’Offerta pubblica di scambio (Ops) – tramite le quali gli investitori hanno venduto le loro azioni in cambio di quelle di Unicredit – la banca tedesca non può più essere difesa dal mercato: la domanda non è più se l’acquisizione vada avanti, ma con quale struttura patrimoniale e con quale sequenza regolatoria si chiuderà.
Le azioni conferite valgono circa il 7,6% del capitale; sommate alla quota diretta (26,8%) e agli strumenti a regolamento fisico (3,2%) portano la partecipazione al 37,6%, mentre la posizione aggregata in diritti di voto tocca il 43,2%. L’offerta si chiude il 16 giugno.
Perché conta
Il meccanismo meno ovvio è che il mercato ha tolto a Berlino la leva negoziale principale, lasciandole solo strumenti istituzionali a costo crescente. Avendo gli azionisti già conferito le azioni contendibili, l’opposizione politica perde la leva del prezzo e si sposta dove ogni mossa ha un costo reputazionale o giuridico.
- Il flottante contendibile è quasi esaurito, e questo rende improbabile un rilancio. Tra quota UniCredit, 13% del governo tedesco, fondi passivi e azionariato al dettaglio restano poche azioni libere: secondo Citi, un aumento dell’offerta verso i 36 euro è ormai marginale;
- A Berlino restano solo leve istituzionali, tutte onerose. I poteri speciali rischiano una procedura di infrazione Ue; la sponda sui consigli di sorveglianza richiede alleati interni che scarseggiano, dopo che l’associazione delle banche pubbliche tedesche ha letto come un’opportunità l’eventuale instabilità di Commerzbank;
- La vera incognita non è l’esito, ma il precedente che la Bce fissa per il consolidamento bancario cross-border. Se la Vigilanza gestisce un’acquisizione ostile transfrontaliera con criteri strettamente prudenziali, dimostra che la macchina europea può chiudere queste operazioni senza apparire politicamente orientata, rimuovendo il deterrente dello stallo pluriennale che oggi scoraggia le aggregazioni paneuropee.
Adesso
- Breve termine (entro 16 giugno): seguire l’esito finale dell’offerta e la posizione della Bce sul controllo di fatto e sul consolidamento prudenziale degli attivi Commerzbank (circa 500 miliardi). Da qui dipende se UniCredit chiude come azionista di forte minoranza o come soggetto tenuto a consolidare, con requisiti di capitale diversi;
- Medio termine (estate-autunno 2026): osservare se Berlino attiva i poteri speciali o cerca seggi nei consigli di sorveglianza, e come la Bce rende operativo il proprio quadro alla luce della consultazione sulla competitività bancaria di maggio. L’esito determina se il caso vale come banco di prova riuscito o come monito per le resistenze nazionali;
- Lungo termine (2027 e oltre): verificare se il precedente sblocca il consolidamento cross-border o se lo stallo lo congela. La partita non si chiude il 16 giugno: Andrea Orcel, ceo di Unicredit, ha indicato di poter attendere fino al 2027. Su questo si misura la credibilità della supervisione centralizzata e lo spazio competitivo per le banche italiane in Europa.