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Una nuova proposta dell'Eurogruppo vuole dare il 75% dei proventi delle aste 5G al bilancio Ue

Cos’è successo
Le frequenze su cui viaggiano i telefoni sono un bene pubblico: appartengono agli Stati, che le vendono agli operatori con aste periodiche. I soldi restano nelle casse nazionali. Kyriakos Pierrakakis — ministro delle Finanze greco e presidente dell'Eurogruppo, il tavolo informale dei ministri finanziari dell'eurozona — propone di cambiare destinatario dei proventi di queste aste spostando il 75% di quei ricavi al bilancio comune europeo e dando il 25% rimanente a un fondo gestito dalla BEI.
La posta in gioco è grande. Dal 2020 gli operatori hanno versato oltre 50 miliardi per le licenze. Oggi ogni Paese le mette all'asta per conto proprio, con calendari e regole diverse: il rapporto Draghi sulla competitività chiedeva di armonizzare esattamente questo. Il modello che Pierrakakis cita si ispira a quanto fatto in Grecia: nel 2020 Atene destinò il 25% dei ricavi d'asta a un fondo di venture capital sul 5G. L'ex commissario Thierry Breton aveva già bollato lo spettro come una mucca da mungere per i governi.
Perché conta
Il dibattito si concentra sulle "risorse proprie" europee. Il bilancio dell'Ue vive quasi interamente di contributi dei governi nazionali, decisi all'unanimità e al centro di grandi lotte tra le capitali.
Una risorsa propria è invece un'entrata che arriva a Bruxelles direttamente, senza passare dai ministeri delle Finanze. Chi la propone cerca autonomia; chi la subisce vede una tassa mascherata. Il negoziato sul bilancio 2028-2034 — circa 2.000 miliardi — è impantanato tra i frugali che vogliono tagliare e chi difende i livelli attuali, e senza entrate nuove si chiude al ribasso. Lo spettro attira perché è denaro che esiste già: nessuna imposta da creare, nessuna base imponibile da inventare. Ed è anche il suo limite. Pierrakakis chiede ai governi di scambiare un incasso certo, già scritto nei conti pubblici, con un beneficio europeo diffuso e lontano nel tempo. Per i Paesi ad alto debito, dove un'asta serve a tappare il deficit di un anno preciso, la rinuncia pesa doppio;
- I 50 miliardi dal 2020 (Connect Europe) non sono denaro nuovo: è gettito già contabilizzato, quindi cederlo apre un buco reale nei conti nazionali, non un sacrificio simbolico;
- Il Parlamento europeo è l'alleato naturale: Michał Kobosko, relatore della legge sulle reti, contesta uno status quo in cui i governi incassano miliardi dagli operatori e nessuno decide come quei soldi vengono spesi;
- Sì, ma: il primo strato della proposta — sincronizzare le aste — regala già alle telco un mercato più unico e prezzi più bassi, anche senza un euro trasferito a Bruxelles. L'industria vince in ogni scenario, gli Stati pagano solo in quello massimo. Chi spinge il dossier porta a casa il risultato che gli interessa davvero prima ancora che si parli di soldi.
Adesso
- Dipende tutto dal Digital Networks Act, la legge sulle reti su cui si sta negoziando in questi giorni: lì si decide se la Commissione ottiene un ruolo nel coordinare le aste;
- Sul bilancio 2028-2034 Pierrakakis punta ad una nuova fonte per le risorse proprie, ma ammette che prima serve uno studio d'impatto. Tradotto: nessun testo finché la trattativa non entra nella fase politica, quando le entrate nuove diventano moneta di scambio con i Paesi frugali e ogni capitale calcola quanto gli costerebbe;
- La finestra è il mandato di Pierrakakis all'Eurogruppo, due anni e mezzo. Scenario più probabile: passa lo strato visibile — calendari comuni, regole allineate, sollievo per gli operatori — mentre il 75% resta sul tavolo come leva per il ciclo successivo. Il segnale da guardare: se la sincronizzazione entra nel testo senza la clausola sui ricavi, la partita fiscale è rinviata.