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Stallo Usa-Iran: petrolio fino a 400 dollari al barile nello scenario peggiore e l'Ue è fuori dai tavoli

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Stallo Usa-Iran: petrolio fino a 400 dollari al barile nello scenario peggiore e l'Ue è fuori dai tavoli

Cosa è successo

Nelle ultime ore la situazione delle trattative tra Usa e Iran e della percorribilità dello stretto di Hormuz ha raggiunto un livello di parossistica incertezza. Prima c’è stata l’apertura completa dello Stretto, durata però appena poche ore e seguita da un nuovo blocco e di due portacontainer Msc dirette verso l’Iran. Poi c’è stata la falsa partenza del secondo round di incontri a Islamabad, che sembrava poter essere risolutivo e che, invece, è stato annullato all’ultimo minuto.

Infine, a poche ore dallo scadere del cessate il fuoco, è arrivata la notizia che Donald Trump ha deciso di rinnovarlo sino a quando l’Iran non si farà avanti con una sua proposta. Quest’ultima evoluzione della situazione denuncia un aspetto chiave su cui vale la pena concentrarsi: Washington non ha nessuna voglia di riprendere le ostilità, anzi, vogliono uscire il più in fretta possibile da questo ginepraio. Allo stesso tempo, però, Washington ha anche bisogno di portare a casa un accordo solido, soprattutto per quel che riguarda il ripristino della navigabilità di Hormuz e che giustifichi l'intera operazione di fronte a un elettorato che non ne ravvisa il senso.

Anche l’Iran, per ovvie ragioni, ha fretta di uscire dalla guerra, e anche l’Iran, per altrettanto ovvie ragioni, ha bisogno di un accordo che consenta al regime di ‘salvare la faccia’ e per questo chiede un gesto distensivo, ossia la rimozione del blocco navale americano. WSenza tale gesto - scrive Le Monde- sedersi al tavolo dei negoziati equivarrebbe, dal punto di vista iraniano, a una forma di capitolazione, soprattutto perché l'Iran ritiene di aver ottenuto il sopravvento in questa guerra asimmetrica contro Stati Uniti e Israele”.

  • Così la situazione rimane sospesa in una specie di cessate il fuoco che non coincide con una effettiva fine delle ostilità (che proseguono in Libano, seppur diversamente dal passato e che potenzialmente continuano nello Stretto) né con una loro completa ripresa. Un limbo che non giova né agli Usa né al regime e che entrambi potrebbero voler sbloccare in tempi brevi.Anche perché, su tutto, incombe il tempo. Un fattore determinante sia per gli Usa, sia per l’Iran, sia per un attore silente di questa storia, cioè l’Europa. Gli Usa hanno enormi problemi nella gestione interna di questa guerra che ha innescato di nuovo l’inflazione; l’Iran ha ovviamente enormi problemi di stabilità interna e di economia al collasso; l’Ue, invece, pur non avendo nessun ruolo in questo conflitto, rischia di pagarne il conto più salato, dal punto di vista energetico.

E adesso?

  • Una recente newsletter dell'economista Paul Krugman ha delineato 9 possibili scenari di aumento del prezzo del greggio e lo ha fatto incrociando i livelli di gravità (lieve, media, grande) sia della 'distruttività' della guerra, sia dell''elasticità' della domanda. Nella lettura di Krugman esistono uno scenario migliore e uno peggiore (con vari gradi di intermedietà). In quello migliore, caratterizzato da una bassa distruttività e durata della guerra e da una alta contrazione della domanda di greggio, i prezzi del petrolio al barile potrebbero attestarsi attorno ai 99 dollari. In quello peggiore invece, in cui la guerra continua a lungo e la domanda comunque non trova modi e mezzi per ridursi, il prezzo al barile potrebbe sfiorare i 400 dollari.
  • Tutto questo potrebbe costituire un problema più per Bruxelles che per gli altri attori internazionali. Ed è un paradosso dal momento che gran parte del petrolio che esce da Hormuz è effettivamente diretto in Cina e in Asia e non in Ue. Ma la Cina ha ampie riserve (si stima possa resistere almeno 7 mesi senza ricevere nemmeno una goccia di petrolio dal Golfo) e soprattutto attinge senza remore dalla Russia.
  • Gli Stati Uniti, dal canto loro, sono ricchissimi di greggio. L'Ue, invece, non ha riserve e non ha greggio, e soprattutto non lo può né lo vuole acquistare dalla Russia. Per questo risulta difficile comprendere il ruolo assolutamente secondario che l’Unione sta giocando nella risoluzione di questo conflitto. Non è presente ai tavoli di mediazione, non compare nelle trattative, non fa pressione né sugli Usa (con i quali i rapporti sono pessimi), né su Israele (con cui anzi mantiene rapporti di grande cordialità) né ovviamente sull'Iran.
  • L'unica opzione che vede l’Ue coinvolta è quella di una missione navale di messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. Una mossa caldeggiata da Francia, Italia e Germania (e dal Regno Unito) che però muove dalla condizione di base che ci sia, prima, un accordo stabile per la fine della guerra. Una fine della guerra alla quale, dal punto di vista diplomatico, l’Europa non sta lavorando. Ma forse dovrebbe.

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