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In Australia il caldo estremo costa 8,7 mld l’anno in produttività, ma gli assicuratori non lo contano ancora come rischio

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In Australia il caldo estremo costa 8,7 mld l’anno in produttività, ma gli assicuratori non lo contano ancora come rischio

Cos’è successo

Un’analisi pubblicata il 21 ottobre da Insurance Business segnala che le ondate di calore estremo sono un rischio climatico che gli assicuratori australiani non stanno ancora misurando sistematicamente, nonostante il loro costo economico sia già enorme: secondo l’Australian Climate Service, il caldo costa oggi circa 8,7 miliardi di dollari l’anno in sola perdita di produttività lavorativa.

In una sera a Adelaide, con temperature sopra i 43°C, i prezzi dell’elettricità sul mercato spot hanno raggiunto 19.000 dollari al megawattora. Un’analisi globale citata nel pezzo mostra che ondate di calore anomale hanno circondato il pianeta senza un solo giorno di pausa dal 2008.

Perché conta

  • Il problema è che il caldo estremo genera perdite che non si manifestano come sinistri assicurativi tradizionali — a differenza di un incendio o un’alluvione, non c’è un edificio danneggiato da riparare, ma produttività persa, stress sulle reti elettriche, impatti sulla salute dei lavoratori — tutte conseguenze che restano fuori dai modelli di rischio catastrofale standard;
  • Il contrasto con gli altri rischi climatici è netto: l’Insurance Council of Australia ha rivisto al rialzo le perdite assicurate 2025 da eventi meteorologici estremi dichiarati a 4,8 miliardi di dollari (su 294.000 sinistri), contro appena 585 milioni nel 2024 e 2,35 miliardi nel 2023 — un salto enorme per i rischi “visibili”, mentre il caldo resta largamente non contabilizzato;
  • L’APRA (l’autorità di vigilanza finanziaria australiana), insieme a cinque tra i maggiori assicuratori generalisti del Paese, stima che le perdite annue da eventi meteorologici potrebbero salire da circa 7 miliardi di dollari nel 2024 a oltre 16 miliardi entro il 2050 in uno scenario di rischio fisico elevato — con la quota di abitazioni australiane non assicurate che potrebbe passare da 1 su 7 oggi a 1 su 4 entro il 2050.

Adesso

  • Il caso solleva una domanda strutturale per il settore: se il caldo estremo continua a essere trattato come un fenomeno “di contorno” invece che come un rischio primario da modellare e prezzare esplicitamente, il divario tra perdite economiche reali e perdite effettivamente assicurate rischia di allargarsi ulteriormente, proprio mentre gli altri rischi climatici “visibili” vengono già ampiamente ricalibrati nei prezzi delle polizze;
  • L’aumento proiettato della quota di abitazioni non assicurate (da 1 su 7 a 1 su 4 entro il 2050) rappresenta un campanello d’allarme per le autorità di vigilanza, che dovranno valutare se servano interventi regolatori specifici per includere il rischio calore nei modelli di sottoscrizione assicurativa;
  • Resta da vedere se altri mercati assicurativi, oltre a quello australiano, inizieranno a trattare le ondate di calore con lo stesso livello di attenzione riservato oggi a incendi, alluvioni e uragani — un cambiamento che richiederebbe nuovi strumenti di modellazione specificamente calibrati su un rischio finora rimasto in gran parte “invisibile” nei bilanci assicurativi.

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