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Salute mentale in Italia: 845 mila assistiti e psicoterapia al 7,4%, manca la prevenzione

Cosa è successo
La salute mentale è diventata una delle grandi fratture dei sistemi sanitari avanzati. Non è più solo un tema clinico, ma un tema di scuola, lavoro, produttività, welfare, diseguaglianze e tenuta sociale. Nel mondo oltre un miliardo di persone vive con un disturbo mentale, secondo l’OMS. Depressione e ansia, da sole, costano all’economia globale circa 1.000 miliardi di dollari l’anno in perdita di produttività.
In Italia, nel 2024, 845.516 persone con problemi di salute mentale sono state assistite dai servizi specialistici. Le prestazioni territoriali sono state oltre 10 milioni, ma solo il 7,4% degli interventi riguarda attività psicologica o psicoterapica. È qui il punto: la domanda cresce, ma la risposta resta ancora troppo psichiatrica, troppo tardiva, troppo poco preventiva.
In Parlamento è arrivata la proposta di legge di iniziativa popolare “Diritto a stare bene”, formalmente S.1740, “Istituzione della Rete nazionale dei servizi pubblici per il benessere psicologico”. Il testo risulta presentato al Senato il 9 dicembre 2025 e assegnato il 3 febbraio 2026, non ancora iniziato l’esame. L’obiettivo dichiarato è riconoscere il benessere psicologico come diritto e costruire una rete pubblica, gratuita, capillare e integrata nei territori. Nel manifesto si parla esplicitamente di psicologi nelle scuole, negli ospedali, nei municipi, nelle carceri, nei consultori, nei luoghi di lavoro e nello sport. Il costo stimato dalla campagna è 3,38 miliardi di euro.
- Il testo della proposta prevede l’istituzione di una Rete nazionale dei servizi pubblici per il benessere psicologico, integrata nel Servizio sanitario nazionale, con compiti di coordinamento, sostegno alla ricerca, raccordo con i territori e costruzione di servizi psicologici territoriali;
- La proposta si inserisce in un Parlamento dove il tema è già aperto. Al Senato sono in corso di esame anche il DDL S.734, a prima firma Filippo Sensi, e il DDL S.1179, a prima firma Francesco Zaffini, entrambi sulle disposizioni in materia di tutela della salute mentale.
Perché è importante
Il cambio di prospettiva è questo: smettere di trattare la salute mentale come un’emergenza individuale e iniziare a leggerla come una infrastruttura pubblica. Oggi il sistema interviene spesso quando il disagio è già diventato patologia, crisi familiare, abbandono scolastico, assenza dal lavoro, accesso in pronto soccorso o isolamento. La proposta “Diritto a stare bene” prova invece a spostare la presa in carico prima, nei luoghi in cui il disagio nasce o si manifesta: scuola, lavoro, sanità territoriale, disabilità, anziani, carcere, sport.
- Questo è rilevante anche economicamente. Secondo stime OCSE citate da Euronews, la cattiva salute mentale costa ogni anno alle economie europee circa 76 miliardi di euro, pari a circa il 6% dei bilanci sanitari complessivi. L’OCSE stima inoltre una riduzione media annua del PIL dell’1,7% tra 2025 e 2050 legata a minore partecipazione al lavoro e perdita di produttività;
- Quindi la domanda vera non è solo “quanto costa mettere psicologi nel sistema pubblico”. È “quanto costa continuare a non farlo”. Se il disagio psicologico produce assenze, burnout, dispersione scolastica, uso improprio dei servizi sanitari e peggioramento delle patologie fisiche, allora la prevenzione non è una voce morale. È una voce di bilancio.
E adesso?
- Il primo scenario è quello minimo: la proposta resta una bandiera, utile a spingere il tema nell’agenda pubblica, ma senza risorse sufficienti e senza un disegno attuativo forte. In quel caso il rischio è replicare la logica del bonus psicologo: misura utile, ma episodica, selettiva, incapace di costruire capacità strutturale;
- Il secondo scenario è più interessante: il Parlamento usa la proposta popolare e i DDL già in discussione per costruire una nuova architettura della salute mentale, meno centrata solo sui Dipartimenti di salute mentale e più integrata con scuola, medicina territoriale, lavoro e welfare locale. Sarebbe un passaggio simile a quello che la sanità sta provando a fare con la cronicità: meno ospedale, più territorio, più prevenzione, più continuità;
- Il nodo sarà l’attuazione. Una rete psicologica nazionale funziona solo se ha personale, standard minimi, finanziamento stabile, presa in carico misurabile e integrazione vera con il SSN. Senza questi elementi, resta una buona intenzione. Con questi elementi, può diventare una delle riforme più concrete per adattare il welfare italiano al prossimo decennio. La tesi è semplice: la salute mentale non è più un capitolo laterale della sanità. È una condizione abilitante per studiare, lavorare, curarsi, partecipare. Se il SSN vuole restare universalistico, deve iniziare a trattarla come un pezzo della sua infrastruttura di base.