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Salari reali a -7,5% dal 2021: il governo sceglie il "salario giusto", non il minimo legale
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Cosa è successo
Il decreto lavoro approvato dal governo il 28 aprile introduce il principio del “salario giusto”, legando gli incentivi alle imprese all’applicazione di contratti collettivi con livelli retributivi adeguati.
Non viene introdotto un salario minimo legale, ma si rafforza il ruolo della contrattazione collettiva come riferimento per i livelli salariali.
Perché è importante
Il tema dei salari è uno dei principali problemi del mercato del lavoro.
- Tra il 2021 e il 2025 i salari reali sono diminuiti del 7,5% (Ocse). In alcuni settori esistono retribuzioni di 6-7 euro lordi l’ora. Il primo nodo è la frammentazione contrattuale. In Italia esistono centinaia di contratti collettivi, alcuni dei quali firmati da organizzazioni poco rappresentative e con salari molto bassi. Il decreto cerca di contrastare questo fenomeno premiando i contratti più solidi, ma senza intervenire direttamente per eliminare quelli meno tutelanti;
- Il secondo nodo è l’assenza di un salario minimo legale. A differenza di molti Paesi europei, l’Italia non ha una soglia minima fissata per legge. Il governo punta sulla contrattazione, ma alcune forze di opposizione sostengono che questo approccio potrebbe non bastare a proteggere i lavoratori più vulnerabili, soprattutto nei settori meno sindacalizzati.
E adesso?
- Nel breve periodo, impatto indiretto sui salari. Il meccanismo degli incentivi potrebbe spingere alcune imprese ad adottare contratti migliori per ottenere benefici fiscali. Tuttavia, l’effetto sarà graduale e non uniforme, lasciando scoperti i settori dove la contrattazione è più debole.
- Nel lungo periodo, possibile polarizzazione del mercato del lavoro. Se il sistema funzionerà, potrebbe rafforzare i contratti più solidi e ridurre quelli “pirata”. In caso contrario, il rischio è un mercato sempre più diviso tra lavoratori tutelati e lavoratori a basso salario, senza una soglia minima garantita per tutti.