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Rischio climatico e assicurabilità: perché la transizione energetica è ormai una condizione di solvibilità
Cosa è successo?
Il rapporto Seizing the moment of opportunity: Supercharging the new energy era delle Nazioni Unite chiarisce che il rischio climatico ha superato la soglia del “tail risk” ed è diventato un driver strutturale di perdite. Nel 2024 gli eventi meteo estremi hanno generato 320 miliardi di dollari di danni economici, di cui il 56% non assicurato. Secondo il report, i danni climatici potrebbero arrivare fino al 15% del PIL globale entro il 2050, con impatti particolarmente severi nel breve periodo: –6% del PIL in Asia e –12,5% in Africa entro cinque anni se le traiettorie attuali non cambiano. Sul piano fisico, il 2024 ha probabilmente segnato il primo periodo di 12 mesi oltre +1,5°C, e c’è una probabilità del 70% che la media 2025–2029 superi stabilmente tale soglia, rendendo l’escalation delle perdite persistente e non episodica.
Perché è importante?
Per il settore assicurativo questo significa una compressione strutturale del perimetro assicurabile. Frequenza, severità e correlazione dei sinistri crescono più rapidamente della capacità di pricing e di assorbimento del capitale. Il risultato è un mix già visibile di esclusioni più ampie, ritiro geografico e protection gap in aumento, con impatti diretti su combined ratio e stabilità dei portafogli.
E adesso?
Il messaggio del report è netto: la mitigazione climatica non è ESG, è prevenzione delle perdite a livello di sistema. Senza un’accelerazione della transizione energetica, l’assicurazione rischia di diventare economicamente non sostenibile in intere aree. Per gli assicuratori, sostenere la decarbonizzazione significa difendere l’assicurabilità futura, riducendo le perdite attese prima che entrino a bilancio.
Fonte: https://www.un.org/sites/un2.un.org/files/un-energy-transition-report_2025.pdf