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Perdita di natura: perché la biodiversità diventa un rischio assicurabile (e in parte non assicurabile)

2 min di lettura

Cosa è successo?

Il Living Planet Report 2024 – A System in Peril del World Wide Fund for Nature fotografa un deterioramento senza precedenti del capitale naturale globale. Dal 1970 le popolazioni di fauna selvatica sono diminuite in media del 73%, con un collasso particolarmente marcato negli ecosistemi d’acqua dolce (–85%), seguiti da quelli terrestri (–69%) e marini (–56%). Oltre il 55% del PIL globale (circa 58.000 miliardi di dollari) dipende in modo moderato o elevato dai servizi ecosistemici. Il rapporto avverte inoltre che diversi tipping point – dall’Amazzonia alle barriere coralline – si stanno avvicinando, con rischi di cambiamenti rapidi e irreversibili.

Perché è importante?

Per il settore assicurativo, la perdita di biodiversità smette di essere una variabile ESG “di contesto” e diventa un moltiplicatore di rischio sistemico. L’erosione degli ecosistemi aumenta la correlazione delle perdite tra linee diverse (property, agricolo, supply chain, vita e salute), riduce l’affidabilità dei modelli storici e spinge il rischio di coda oltre le ipotesi di diversificazione. Come già avvenuto con il clima, emergono sacche di non-assicurabilità.

E adesso?

La natura entra nel perimetro di solvibilità e capitale. Gli assicuratori dovranno integrare il rischio biodiversità in pricing, underwriting e allocazione del capitale, investendo in dati, scenari e prevenzione, oppure accettare una contrazione strutturale della capacità in aree sempre più esposte.

Fonte: https://wwflpr.awsassets.panda.org/downloads/2024-living-planet-report-a-system-in-peril.pdf

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