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Non solo petrolio: perché Hormuz sta provocando una crisi alimentare

Non solo petrolio: perché Hormuz sta provocando una crisi alimentare

4 min di lettura

Cosa è successo?

Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, le conseguenze immediate sul petrolio e sul gas hanno monopolizzato l'attenzione dei mercati e dei governi. Ma c'è una crisi dentro la crisi, più silenziosa e più duratura: quella alimentare. Il Kiel Institute for the World Economy ha pubblicato un policy brief che quantifica l'impatto della chiusura dello Stretto sulla sicurezza alimentare globale. La catena è questa: il gas naturale del Golfo alimenta il processo Haber-Bosch, ovvero la reazione chimica industriale che, combinando azoto atmosferico e idrogeno ricavato dal metano, produce ammoniaca, poi trasformata in urea, il fertilizzante azotato più diffuso al mondo e la base della fertilità agricola moderna. Senza urea, i rendimenti dei campi crollano. Qatar e Iran sono tra i maggiori esportatori mondiali di questo composto. Quando lo Stretto si chiude, si blocca non solo il petrolio, ma anche la pipeline chimica che tiene in piedi i raccolti di miliardi di persone. I prezzi globali dei cereali salgono del 4,45%, quelli degli oli vegetali del 4,44%, il grano del 4,24%. I paesi più colpiti sono Zambia, Sri Lanka, Pakistan e India, il cui aumento dei prezzi alimentari raggiunge rispettivamente il 30,7%, il 15,3%, l'11,4% e il 10,7%.

Perché è importante?

Il punto centrale del report non è il costo aggregato della crisi: è la sua distribuzione. Gli Stati Uniti perdono lo 0,07% del benessere, una cifra irrisoria. L'Europa perde lo 0,40%, cifra attenuata dalla diversificazione energetica e dalle connessioni pipeline con fornitori extra-Golfo, come per esempio l’Algeria. I paesi del Sud Asia e dell'Africa subsahariana perdono tra il 10 e il 20 volte di più rispetto agli USA, in percentuale, con popolazioni che non hanno alcun margine per assorbirlo. La ragione è chiara: questi paesi dipendono contemporaneamente da energia importata, fertilizzanti importati, e dispongono di settori agricoli con scarsissime alternative interne. La chiusura dello Stretto è per loro prevalentemente una crisi alimentare. Il timing aggrava tutto: marzo e aprile sono i mesi di picco della domanda di fertilizzanti azotati nell'emisfero nord. I fertilizzanti non possono arrivare tre mesi dopo perchè l'applicazione ritardata significa rese ridotte o semine fallite. Anche una chiusura relativamente breve rischia di compromettere un'intera stagione agricola, con effetti che si trascinano ben oltre la riapertura dello Stretto. Il Kiel Institute sottolinea inoltre che i modelli commerciali standard sottostimano questi effetti perché trattano tutti gli input produttivi come intercambiabili. Il gas come materia prima per i fertilizzanti non ha sostituti nel breve periodo: i contratti di approvvigionamento funzionano su cicli annuali.

E adesso?

Il Kiel Institute ha simulato due scenari:

  1. chiusura immediata, mercati incapaci di riorientarsi rapidamente. I danni sono acuti: India a −1,78%, Corea del Sud a −1,37%, Cina a −0,64%, UE27 a −0,40%.
  2. chiusura prolungata ma con tempo sufficiente per riorientare le catene di fornitura, i numeri migliorano ma non si azzerano: India a −0,47%, Corea del Sud a −0,44%, UE27 a −0,12%.

Il messaggio è netto: i mercati si adattano parzialmente, ma i danni strutturali restano. Per i paesi più vulnerabili, ogni settimana di chiusura genera perdite di reddito reale che nessun aggiustamento successivo potrà recuperare. Il policy brief avanza una proposta precisa: riserve strategiche di fertilizzanti, analoghe alle riserve strategiche di petrolio, per i paesi più esposti. Le istituzioni internazionali dovrebbero sviluppare meccanismi di risposta rapida per la distribuzione di fertilizzanti e aiuti alimentari in caso di interruzione delle grandi rotte energetiche. Ma la risposta strutturale è un'altra: ridurre la dipendenza dal Golfo attraverso la diversificazione energetica e investire in filiere di fertilizzanti meno concentrate geograficamente. I dati del Kiel mostrano che negli ultimi trent'anni quella dipendenza non si è ridotta: è cresciuta. Il caso per la de-escalation, misurato in sicurezza alimentare per centinaia di milioni di persone, è schiacciante.

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