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Nel 2025 gli eventi naturali hanno causato 107 mld di perdite assicurative globali

Cosa è successo?
Il report Sigma 1/2026 di Swiss Re evidenzia un cambiamento strutturale nel rischio catastrofale globale: nel 2025 le perdite assicurate da eventi naturali hanno raggiunto 107 miliardi di dollari, un dato sotto trend solo per l’assenza di uragani major negli USA. Il dato chiave è la composizione: i secondary perils (incendi, tempeste convettive severe e alluvioni) rappresentano il 92% delle perdite totali, massimo storico. Il driver principale non è tanto l’intensità climatica quanto l’accumulo di asset in aree ad alto rischio, che spiega oltre l’80% della crescita delle perdite nel lungo periodo. Eventi singoli come gli incendi di Los Angeles (40 miliardi di perdite) mostrano già la scala del fenomeno.
Perché è importante?
Per il settore assicurativo, questo segna il passaggio da un rischio ciclico a un rischio strutturale. Le perdite sono destinate a crescere del 5–7% annuo in termini reali, indipendentemente dagli anni favorevoli, con proiezioni fino a 148 miliardi nel 2026 e scenari peak da 320 miliardi. I secondary perils, storicamente marginali nei modelli, diventano il principale driver di perdita, ma restano sottostimati dai modelli catastrofali rispetto a uragani e terremoti. Questo genera un fenomeno di loss creep sistematico, come dimostrato dalla grandine in Italia nel 2023, dove le perdite finali sono risultate quasi triple rispetto alle stime iniziali.
E adesso?
Le compagnie assicurative sono costrette a un repricing strutturale del rischio, con adeguamenti su premi, franchigie e limiti di copertura, soprattutto nei rami property e homeowners. Diventa cruciale migliorare i modelli per i secondary perils e integrare fattori di esposizione (urbanizzazione, valore degli asset) nei modelli di rischio. In parallelo, crescerà la domanda di soluzioni alternative (parametric insurance, risk pooling, partnership pubblico-private) per gestire rischi sempre più frequenti ma meno prevedibili. Il vero cambiamento è sistemico: non è il clima a cambiare più velocemente dei modelli, ma l’esposizione economica che li rende rapidamente obsoleti.