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Le carenze emerse in Ucraina e la minaccia Russia-Cina spingono Paesi NATO a portare avanti 24 progetti per esplosivi e propellenti

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Le carenze emerse in Ucraina e la minaccia Russia-Cina spingono Paesi NATO a portare avanti 24 progetti per esplosivi e propellenti

Cos’è successo

Secondo il Wall Street Journal, i governi occidentali stanno spingendo con forza per riportare a casa la produzione di esplosivi e propellenti, settori critici per munizioni e missili. Almeno 24 nuovi progetti sono in corso nei Paesi NATO, di cui tre solo in Arkansas, storico hub della produzione di armi USA. Il business degli esplosivi sta quindi vivendo un boom grazie alla spesa pubblica destinata a rafforzare le supply chain domestiche.

La spinta nasce dalle carenze emerse con la guerra in Ucraina (e i consumi elevati di artiglieria e munizioni) e dalla necessità di prepararsi a conflitti ad alta intensità contro Russia e Cina. Per anni gran parte della capacità produttiva di nitrocellulose, propellenti e altri componenti -- essenziali per vari tipi di munizioni ed esplosivi -- era stata delocalizzata o ridotta; ora governi e industria stanno investendo per ricostruirla in Occidente. L’iniziativa si collega a sforzi più ampi di reshoring della base industriale della difesa e non, con focus su materie prime chimiche e capacità di produzione di massa di munizioni.

Perché conta

Senza esplosivi e propellenti non si producono proiettili, razzi e missili in quantità sufficienti. I Paesi NATO avrebbero dunque le navi e gli aerei ma non le munizioni. La dipendenza da supply chain fragili o estere ha creato colli di bottiglia evidenti durante il conflitto ucraino; riportare la produzione a casa è una mossa di sicurezza nazionale e di deterrenza.

  • Queste iniziative, in parte nazionali, in parte coordinate a livello NATO/UE, riducono una vulnerabilità critica della base industriale occidentale, migliorando la capacità di sostenere guerre di attrito prolungate e di rifornire alleati. E' quindi la fine dell’era dell'ottimizzazione globale a basso costo per i componenti di base delle munizioni, con prioritizzazione di resilienza e sovranità produttiva rispetto all’efficienza di mercato;
  • Questo reshoring è però costoso, prende tempo e tutt'altro che facile, in quanto i vari Paesi devono districarsi tra norme ambientali e regole sulla sicurezza sul lavoro, opposizione locale e necessità logistiche, tempi necessari per tradurre risorse finanziarie in stabilimenti industriali operativi (e dunque con forza lavoro preparata e motivata).

Adesso

  • I 24 progetti (e altri in arrivo) dovrebbero aumentare progressivamente la capacità produttiva nei prossimi 2-4 anni, con Arkansas e altri hub USA in prima linea, affiancati da iniziative europee;
  • Industria e governi dovranno affrontare colli di bottiglia su materie prime (es. nitrocellulose da cotone), manodopera specializzata e autorizzazioni ambientali;
  • Nel medio termine, un successo di questo reshoring rafforzerà la deterrenza NATO e la capacità di sostenere alti consumi di munizioni, ma richiederà investimenti continuati e coordinamento transatlantico per evitare nuovi gap.

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