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Le banche europee hanno riserve pari in media al 4,4% degli asset a rischio, ma solo 2,5 punti sono davvero disponibili in una crisi

Cos’è successo
Il 31 luglio la BCE ha pubblicato l'esito di un esercizio insolito su 110 banche dell'area euro: il supervisore ha fissato il risultato, una perdita di capitale di 300 punti base, e ha chiesto a ciascuna banca quale crisi geopolitica la realizzerebbe e come reagirebbe. Ne esce una mappa di dove il credito si ritirerebbe per primo: manifattura, energia, trasporti.
Due settimane prima, il 17 luglio, la Commissione aveva messo per iscritto il problema che quella mappa presuppone: le riserve accumulate per i momenti difficili sono in parte inutilizzabili, perché lo stesso capitale serve a rispettare più regole insieme. La correzione è annunciata, ma le proposte legislative arriveranno nel primo trimestre 2027.
Perché conta
L'Unione del risparmio e degli investimenti poggia su una premessa: che le banche finanzino il fabbisogno europeo di investimenti, stimato in 1.200 miliardi l'anno. I due documenti di luglio, letti insieme, dicono il contrario - se questo è già lo scenario in un’era di multi-crisi, in caso di un inasprimento di quella geopolitica questi investimenti si ridurrebbero ulteriormente, specialmente per certi settori.
- Il motivo per cui una banca taglia il credito invece di intaccare le riserve è di incentivo, non di prudenza. Chi scende sotto la soglia subisce il blocco automatico di dividendi, bonus e cedole, e il segnale che ne arriva al mercato. Ovviamente, le azioni dichiarate - come cedere portafogli, tagliare costi e distribuzioni - evitano entrambe le cose;
- Anche azzerando le riserve si libererebbe molto meno credito di quanto il loro valore suggerisca. Valgono in media il 4,4% delle attività pesate per il rischio, ma solo 2,5 punti sono spendibili senza violare un'altra regola; per i gruppi maggiori si scende a 1,6 su 4,7, per alcuni a zero;
- Ad assorbire l'aggiustamento è chi non ha alternative al canale bancario. In Italia il 40% dei 606 miliardi di credito alle imprese va alle PMI, che quasi mai hanno un rating esterno: un trattamento penalizzante che la Commissione riconosce come nodo strutturale e rinvia allo stesso pacchetto del 2027.
Adesso
- Breve termine (autunno 2026): la BCE tornerà sulle banche a cui ha contestato ipotesi di reazione troppo ottimistiche, nel dialogo su capitale e piani di risanamento. Chi viene richiamato rivede per prima cosa le esposizioni ai settori del proprio scenario. Da qui dipende se le imprese di manifattura, energia e trasporti troveranno istruttorie più severe già da questo autunno;
- Medio termine (verso il primo trimestre 2027): verificare se la riduzione del numero di riserve e la revisione delle regole su risoluzione e secondo pilastro restano nel pacchetto, o se la semplificazione si risolve nel taglio delle segnalazioni, che costano 11,2 miliardi l'anno ma non liberano un euro di credito. È qui che si misura l'ambizione reale della riforma;
- Lungo termine (2027-2029): seguire se il trattamento delle imprese senza rating cambia davvero, perché è la leva che collega la riforma bancaria al finanziamento delle PMI italiane. Il riferimento comparativo è la Bank of England, che a luglio ha già fissato l'obiettivo di una riserva unica, utilizzabile senza restrizioni automatiche.