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La deforestazione in Indonesia è la metà di quella brasiliana, ma il danno alla biodiversità è quasi doppio

Cos’è successo
Un gruppo di ricerca delle Università di Torino e Milano ha pubblicato su Ecological Economics un nuovo indicatore, il Biodiversity Risk, che misura non solo quanta foresta scompare per l'agricoltura, ma quale foresta scompare, pesando la perdita in base a vulnerabilità ed endemismo delle specie. L'analisi copre 157 prodotti agricoli, 166 Paesi produttori e 195 consumatori, dal 2005 al 2022.
Il dato chiave: il Brasile concentra il 31,74% della deforestazione agricola mondiale contro il 14,79% dell'Indonesia, ma sul rischio per la biodiversità l'ordine si ribalta — Indonesia al 31,32%, Brasile al 17,53% — perché il suolo disboscato diventa per lo più pascolo in Brasile e colture permanenti come la palma da olio in Indonesia, terra ricchissima di specie endemiche.
Perché conta
- Il luogo del consumo cambia le responsabilità: per l'olio di palma il 75,81% del rischio ha origine produttiva in Indonesia, ma spostando il conteggio sui consumi la sua quota scende al 26,92%, mentre emergono India (12,03%) e Cina (9,23%);
- Non tutte le filiere si comportano uguale: per carne, mais e riso produzione e consumo coincidono spesso nello stesso Paese, mentre per olio di palma, soia, gomma e cacao restano molto distanti — il 54,66% del rischio nelle esportazioni agricole mondiali ha origine nella sola Indonesia;
- Lo studio mette in discussione il paradigma "deforestazione zero" del regolamento Ue EUDR: la tracciabilità resta necessaria ma non basta, perché non tutte le foreste convertite hanno lo stesso valore ecologico.
Adesso
- Integrare il Biodiversity Risk in controlli e certificazioni permetterebbe di individuare dove il danno potenziale è più alto, senza rendere per questo accettabile la conversione delle altre foreste;
- Lo strumento ha limiti dichiarati: non misura degrado delle foreste rimaste in piedi, uso di pesticidi, consumo d'acqua o frammentazione degli habitat;
- Il vero banco di prova sarà se regolatori come la Commissione Ue useranno questo tipo di dati per affinare normative come l'EUDR, oggi cieche rispetto al valore ecologico differenziato delle foreste.