News & BusinessEconomia & Mercati
La BCE tiene i tassi invariati e teme un aumento dell’inflazione dalla crisi energetica
Cosa è successo
I mercati danno per certo che la BCE terrà invariati i tassi sui depositi al 2%, ma scommettono che entro fine anno vedremo due aumenti da 25 bps l’uno. Le tensioni in Medio Oriente hanno fatto impennare il prezzo del petrolio e del gas, riaccendendo le pressioni inflazionistiche e mettendo sotto pressione una banca centrale che stava concludendo un ciclo di allentamento.
Tra le righe:
Goldman Sachs vede al ribasso le stime di crescita per l'Eurozona all'1% per il 2026 (da circa 1,1%), citando il rialzo dei prezzi energetici come fattore determinante della revisione.
L'energia non pesa solo sulle bollette: è un input trasversale all'intera catena produttiva, e i suoi rincari si propagano a cascata fino al prezzo finale di beni e servizi, amplificando la pressione inflazionistica ben oltre la componente diretta.
La Bank of England si muove nella stessa direzione, ma con più decisione: il mercato sconta tre rialzi, segnalando che la pressione è ancora maggiore nel contesto britannico.
La Federal Reserve ha deciso di continuare a lasciare i tassi invariati, nonostante gli attacchi di Trump che vuole vedere un abbassamento dei tassi.
Perché è importante
Il punto che rende questo scenario più preoccupante del solito è che l'inflazione nell'Eurozona era già risalita all'1,9% a febbraio, ancora prima dell’inizio delle tensioni in Medio Oriente. Lo shock energetico si somma quindi a un aumento pre-esistente.
La componente energetica pesa tra il 10 e il 20% dell'indice HICP attraverso costi diretti per le famiglie (bollette, benzina) ma ha un effetto anche sui costi di tutti i beni che acquistiamo dalle aziende che passano l’aumento dell’energia adoperata nella loro produzione direttamente ai consumatori.
Per le imprese con esposizione europea, il cambio di contesto colpisce: costo del capitale, domanda interna e competitività.
Costo del capitale: Tassi più alti significano che finanziarsi costa di più: che si tratti di un prestito bancario, di un'emissione obbligazionaria o di un rifinanziamento del debito esistente.
Domanda interna: La revisione della crescita dell’eurozona per il 2026 si traduce direttamente in consumatori e imprese che spendono meno, comprimendo i mercati di sbocco europei.
Competitività: Anche se sia la FED che la BCE hanno tenuto i tassi fermi fino ad ora, la differenza si vedrà da qui a fine 2026. L’eurozona potrebbe dover alzare di più i tassi d’interesse rispetto agli americani anche per via della sua esposizione maggiore al mercato energetico rispetto agli Stati Uniti. Ogni rialzo del prezzo del petrolio colpisce costi di produzione e margini in modo asimmetrico e rende le economie europee meno competitive.
E adesso?
Cosa tenere d'occhio:
- Breve termine (primavera 2026): i dati CPI di aprile e maggio ci diranno quanto l’aumento del costo dell’energia sta impattando l’economia europea. Se la traiettoria sarà al rialzo rispetto all'1,9% di febbraio, i due rialzi attesi diventeranno quasi una certezza, con effetti immediati sullo spread BTp-Bund e sul costo di rifinanziamento del debito sovrano italiano.
- Medio termine (estate-autunno 2026): monitorare la divergenza Fed-BCE come variabile di posizionamento valutario. Un dollaro più forte rispetto all'euro aumenta il costo degli input energetici, ancora largamente denominati in dollari, aggravando ulteriormente la pressione sui margini industriali europei.