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L'Ue ha un avanzo di 198 mld sui beni con gli Usa ma un disavanzo di 178 mld sui servizi, il saldo netto scende a soli 20 mld

Cos’è successo
Il primo luglio è entrato in vigore il quadro commerciale Ue-Stati Uniti: tetto del 15% sull'export europeo e azzeramento dei dazi europei sui beni industriali americani. L'accordo disciplina le merci, cioè l'unico perimetro contabile in cui il disavanzo lamentato da Washington esiste davvero.
Nel 2025 l'Ue ha registrato con gli Stati Uniti un avanzo di 198 miliardi di euro sui beni e un disavanzo superiore a 178 miliardi sui servizi: il saldo netto scende a circa 20 miliardi, l'1% dell'interscambio bilaterale. Le imposte sui servizi digitali, cioè il fronte su cui il rapporto è rovesciato, restano fuori dal perimetro concordato.
Perché conta
L’avanzo sui beni e disavanzo sui servizi non sono due partite distinte, ma due facce di una stessa medaglia chiamata “multinazionale”: le affiliate europee di gruppi americani esportano merci e pagano alla casa madre l'uso della proprietà intellettuale. Cambiare metrica non corregge un errore statistico, sposta il perimetro del negoziato - e sui servizi l'Ue non dispone di dazi.
- Circa il 40% dell'avanzo europeo sui beni è generato da imprese americane insediate in Europa. Secondo la BCE, le affiliate di multinazionali statunitensi spiegano quella quota dell'avanzo 2025 dell'area euro e quasi il 90% del disavanzo sui servizi. Parte di quell'export è manifattura per conto terzi, registrata come europea senza produzione fisica nell'area;
- Il conto corrente dell'area euro con gli Stati Uniti è già in disavanzo, nonostante un avanzo di merci più ampio. Il saldo è passato da +0,1% del PIL nel 2024 a −0,4% nel 2025: a determinarlo sono servizi e redditi. La diffusione dell'intelligenza artificiale alimenta la voce servizi, perché licenze, capacità di calcolo e accesso ai modelli si acquistano oltreoceano. L'imposta digitale italiana non comprime il disavanzo sui servizi: viene ribaltata sull'acquirente interno. Dal 1° luglio il principale operatore pubblicitario applica in Italia un supplemento del 3% sulle inserzioni. Il gettito, stimato in 455 milioni nel 2024, espone alla ritorsione un avanzo di merci che nel solo primo semestre 2025 valeva 20,3 miliardi.
Adesso
- Breve termine (agosto-settembre 2026): seguire se le imposte sui servizi digitali entrano nel dialogo sulla regolazione digitale aperto in aprile. Il 26 giugno il presidente statunitense ha minacciato dazi al 100% verso i Paesi che le applicano, e l'accordo non le copre. Da qui dipende se l'esposizione dell'export italiano va riprezzata su uno scenario extra-accordo;
- Medio termine (autunno 2026): verificare nei dati Eurostat se l'avanzo trimestrale sui beni con gli Stati Uniti resta intorno ai 34 miliardi del primo trimestre 2026, contro gli 80 di un anno prima, mentre il disavanzo sui servizi si allarga. Su questo si misura se anche il saldo aggregato UE, e non solo quello dell'area euro, cambia segno;
- Lungo termine (2027-2029): l'accordo corre fino a fine 2029 con revisione formale entro giugno 2029. Verificare se servizi, dati e fiscalità digitale entrano nel perimetro negoziale accanto alle merci. L'esito determina se il 15% è un tetto stabile o la base da cui ogni trattativa successiva riparte al ribasso.