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L'Italia garantisce la formazione solo al 29% degli adulti contro il 60% richiesto dai target dell'Ue per il 2030

Cos’è successo
La Commissione Ue ha rilanciato il Pilastro dei diritti sociali, durante la presentazione della revisione del piano d'azione relativo a questo tema per il 2030, senza alcun aggiornamento dei target economici, che restano fermi a quelli stabiliti a Porto nel 2021: occupazione al 78%, formazione al 60% degli adulti, riduzione della povertà di 15 milioni.
A livello europeo l'occupazione tocca il 76,1% nel 2025, in rotta verso il 78%. L'Italia ha il terzo divario più grande (5,4%) rispetto ai suoi obiettivi, dietro solo a Belgio (7,2%) e Romania (5,7%). Sulla formazione il quadro è ancora peggiore: si rivolge a solo 29,0% di adulti contro il 60% richiesto. Bruxelles risponde con un Quality Jobs Act e nuovi indicatori sulla qualità del lavoro.
Perché conta
Il messaggio della Commissione di "un target su tre in linea" nasconde realtà nazionali ancora più dure.
L'Italia è sotto su formazione e occupazione, ma il vero punto è la qualità del lavoro, non la quantità. Il documento colloca l'Italia ai vertici Ue per povertà lavorativa, contratti a termine involontari e part-time involontario: i posti di lavoro aumentano, ma sono sempre più precari e sottopagati. Ecco perché il Quality Jobs Act e i nuovi indicatori proposti (in-work poverty, lavoro temporaneo e part-time involontari) non sono un dettaglio tecnico: misurerebbero esattamente dove l'Italia arranca. Anche centrando il 73% di occupazione, il problema dei salari non si risolve.
- Formazione: Italia al 29,0% contro il 60%; a livello UE il dato è passato dal 37,4% (2016) ad appena il 39,5% (2022), quindi l'Italia è indietro anche sul ritardo generale;
- Occupazione: Italia al 67,6% contro il target nazionale del 73%, -5,4 punti, terzo peggior divario UE dopo Belgio e Romania;
- Sì, ma: sulla povertà l'Italia è tra i soli 6 Paesi "sostanzialmente in linea" col target nazionale (-1,538 mln su -3,2), ma l'asticella settata nel 2021 era bassa e più facile da raggiungere e i primati su lavoro povero e precario tolgono qualcosa a questo risultato parziale.
Adesso
- Entro fine 2026: arriva il Quality Jobs Act con i candidati indicatori sulla qualità del lavoro, proprio le voci dove l'Italia è messa peggio. È una pagella che esporrebbe Roma molto più del target del 73%, spostando il giudizio dalla quantità dei posti alla loro tenuta;
- Verso il 2030: 5,4 punti da recuperare sull'occupazione e 31 sulla formazione rendono i target nazionali una scommessa in meno di quattro anni. La leva non saranno nuovi vincoli ma il Semestre europeo, con le raccomandazioni-Paese che continueranno a incalzare Roma su lavoro e competenze;
- Nodo salario minimo: con l'Italia ancora senza un salario minimo legale e in testa alle classifiche del lavoro -povero, l'agenda europea su costo della vita e qualità del lavoro cade dritta su Roma. Ma il prossimo dato robusto sulla formazione, l'indagine AES, arriva solo nel 2029: per anni la narrazione politica correrà davanti alle prove statistiche, lasciando spazio ai numeri più comodi.