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L’impegno strategico dei militari italiani in Bosnia da 22 anni al centro di EUFOR Althea

Cos’è successo
Il 29 ottobre 2026 un elicottero CH-47 Chinook dell’Esercito italiano impegnato nella missione EUFOR Althea è precipitato nei pressi di Brčko, nel nord-est della Bosnia-Erzegovina, durante un’attività addestrativa di routine in fase di decollo. A bordo c’erano 15 italiani. Sono decedute quattro persone: i sergenti dell’Aviazione dell’Esercito Simone Ruggia (pilota) e Claudio Marchesi (specialista), entrambi in servizio al Comando Aves di Viterbo, e due membri del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, il tenente medico Franco Adriano Zecchillo e la sergente infermiera Laura Procacci. Gli altri undici occupanti sono rimasti feriti, nessuno in pericolo di vita. Le cause dell’incidente sono ancora in accertamento.
L’episodio riporta l’attenzione sulla presenza militare italiana nei Balcani occidentali, dove Roma mantiene un impegno continuo da oltre trent’anni. Dopo le operazioni degli anni Novanta (dall’intervento umanitario in Albania alle forze IFOR/SFOR in Bosnia e alla KFOR in Kosovo), oggi l’Italia schiera in media circa 1.200-1.300 militari nell’area, che possono salire a quasi 2.000 con le riserve operative NATO. In Kosovo, nell’ambito della missione NATO KFOR (avviata nel 1999 su mandato ONU), il contingente italiano è il più numeroso: circa 900 unità su un totale di circa 4.600 provenienti da 31 Paesi. L’Italia ha assunto il comando della forza per la quindicesima volta, con il generale Roberto Vergori dal 14 ottobre 2026. In Bosnia-Erzegovina, nella missione UE EUFOR Althea (partita nel dicembre 2004 in sostituzione della SFOR NATO), l’Italia guida l’operazione dal 21 gennaio 2026 con il generale Maurizio Fronda e contribuisce con oltre 300 militari (su un totale di circa 1.100-1.600). I compiti comprendono pattugliamenti, addestramento delle forze locali, intelligence e supporto aereo.
Perché conta
- I militari italiani ed europei nei Balcani svolgono un ruolo di garanzia della stabilità in una regione ancora segnata dalle ferite delle guerre jugoslave e dagli Accordi di Dayton del 1995. In Bosnia, EUFOR assicura le condizioni di sicurezza necessarie all’attuazione degli accordi, sostiene le autorità locali, addestra le forze armate bosniache e contribuisce allo smaltimento di residuati bellici;
- In Kosovo, KFOR mantiene un ambiente sicuro, garantisce la libertà di movimento e assiste le istituzioni, con particolare attenzione alle aree settentrionali a maggioranza serba. La presenza europea, e in particolare italiana (paese geograficamente prossimo e con lunghi legami), funge da “parte terza” neutrale che previene escalation etniche, supporta il percorso di integrazione europea e contrasta influenze esterne destabilizzanti. Senza questo impegno, le tensioni politiche – ancora vive tra comunità – rischierebbero di riaccendersi, con effetti su sicurezza, migrazioni e stabilità dell’intera Europa sud-orientale.
Adesso
- La tragedia di Brčko arriva in un contesto di instabilità latente. In Bosnia, le autorità della Republika Srpska guidate da Milorad Dodik continuano a spingere verso strutture parallele e scenari di separazione di fatto, come evidenziato dai rapporti dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante; Mosca mantiene una leva attraverso il veto al Consiglio di Sicurezza ONU sul mandato di Althea;
- In Serbia, le recenti elezioni e le proteste studentesche hanno aperto scenari di possibile riallineamento, ma persistono i legami con la Russia e le frizioni con il Kosovo (dove resta irrisolto il caso Banjska e le tensioni nel nord). L’influenza russa si è ridotta dopo l’invasione dell’Ucraina, ma non è scomparsa, mentre crescono quelle di altri attori;
- La missione italiana, oggi ai vertici sia di Althea sia di KFOR, resta centrale. Roma ha già rafforzato i contingenti e valuta strumenti di sorveglianza più avanzati (come radar per la difesa missilistica regionale). Nei prossimi anni la presenza potrebbe evolvere: riduzione numerica di KFOR (la NATO parla di un ritorno verso i 3.000-3.500 effettivi totali), maggiore enfasi sul capacity building e sull’intelligence, e mantenimento di una capacità di reazione rapida. L’obiettivo resta la stabilizzazione di lungo periodo, in attesa che i Paesi dell’area avanzino nell’adesione UE. Un ritiro prematuro lascerebbe spazio a vuoti pericolosi; un impegno calibrato e europeo continua invece a essere la migliore assicurazione contro nuovi focolai.