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Israele al sesto voto in sette anni con nessun blocco che può vincere da solo, 3 scenari possibili

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Israele al sesto voto in sette anni con nessun blocco che può vincere da solo, 3 scenari possibili

Cos’è successo

Oggi gli israeliani sono alle urne per quella che in molti definiscono una delle elezioni più decisive della storia del Paese, la sesta tornata elettorale in sette anni, dopo le cinque già tenute tra il 2019 e il 2022. I sondaggi pubblicati venerdì danno il premier uscente Benjamin Netanyahu quasi appaiato all’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot nella corsa alla premiership, ma nessuno dei due blocchi risulta proiettato a raggiungere i 61 seggi necessari per governare da solo, aprendo scenari di settimane o mesi di trattative.

Un dato definisce da solo la portata del voto: circa 70.000 persone sono rientrate in Israele dall’estero apposta per votare, mentre mezzo milione di elettori voterà per la prima volta in assoluto.

Perché conta

  • La campagna è stata dominata dalla sicurezza: l’opposizione accusa Netanyahu del fallimento che portò all’attacco di Hamas del 7 ottobre, costato quasi 1.200 morti e 251 ostaggi, chiedendo una commissione d’inchiesta indipendente che il premier respinge da sempre. Lui risponde presentandosi ancora come “Mr Sicurezza”, rivendicando vittorie strategiche regionali e il legame con Trump, arrivando a pubblicare, nel finale di campagna, un’immagine generata con l’AI di un’esplosione nucleare su Tel Aviv, bollata da Eisenkot come “isterica”;
  • Il sistema proporzionale israeliano produce sempre coalizioni, ma stavolta le linee sono già tracciate in modo rigido: Eisenkot guida il “blocco del cambiamento” (con l’ex premier Naftali Bennett, Avigdor Lieberman e il generale Yair Golan), mentre Netanyahu dipende da un nuovo patto con estrema destra e ultraortodossi — la stessa coalizione più a destra nella storia del Paese. I partiti arabi, pur rappresentando circa un quinto della popolazione, restano di fatto esclusi: quasi tutti i partiti ebraici maggiori hanno escluso qualsiasi alleanza con loro;
  • Pesa anche il tema della coscrizione: il governo Netanyahu non ha mai applicato la sentenza della Corte Suprema che impone l’arruolamento degli ultraortodossi dediti a tempo pieno allo studio religioso, una frattura sempre più sentita mentre migliaia di altri israeliani continuano a essere richiamati per le guerre in corso. Secondo Channel 12 e CNN, Netanyahu avrebbe anche spinto per un’azione militare contro l’Iran prima del voto, bloccata prima dal proprio capo di Stato Maggiore Eyal Zamir e poi da un rifiuto dello stesso Trump — accuse che il premier nega.

Adesso

Alle 22 di stasera le emittenti israeliane pubblicheranno gli exit poll, da prendere con cautela: le schede dei militari e dei riservisti — una platea considerata favorevole alla destra, inizieranno a essere scrutinate solo da mercoledì, con un possibile “effetto tardivo” a vantaggio di Netanyahu. Da qui si aprono tre scenari.

  • Continuità: Netanyahu ricompone la propria coalizione con estrema destra e ultraortodossi, magari con un margine risicato. La linea sulla sicurezza, l’approccio a Gaza e l’assenza di una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre restano invariati, con un governo in carica entro poche settimane se il blocco supera i 61 seggi anche di un solo mandatario;
  • Cambio di guardia: Eisenkot assembla il “blocco del cambiamento” attorno a Bennett, Lieberman e Golan, nonostante le divergenze ideologiche interne — un terzo leader potrebbe anche finire per decidere le sorti del governo, condizionando il proprio appoggio all’ottenimento della premiership. Il tema della commissione d’inchiesta diventa prioritario, mentre su Gaza la posizione resta vicina a quella di Netanyahu, con l’obiettivo dichiarato di chiudere il dominio di Hamas entro 18 mesi, anche se i negoziati di coalizione si annunciano più lunghi, viste le distanze interne al blocco;
  • Stallo e nuovo voto: lo scenario più temuto da molti osservatori, ovvero che nessuno dei due blocchi raggiunge i 61 seggi, i tentativi di coalizione falliscono come già avvenuto cinque volte tra il 2019 e il 2022, e si torna alle urne per la settima tornata in sette anni, con Netanyahu premier ad interim. Il segnale da monitorare è un margine talmente risicato tra i due blocchi principali da rendere impossibile qualunque combinazione aritmetica stabile, anche includendo i partiti minori.

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