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L'Europa investe il 2% del PIL in nuovi impianti e macchinari, la Cina undici volte tanto

Cos’è successo
Il McKinsey Global Institute (MGI, il centro studi della società di consulenza) ha pubblicato a giugno il resoconto su dove finiscono tutti i capitali produttivi del mondo. Il verdetto per l'Europa è netto: siamo fermi.
La Cina investe 5.900 miliardi di dollari l'anno in impianti, macchinari, software e ricerca. Gli Stati Uniti 5.100, l'Unione europea 3.100. Ma il dato che conta è quello al netto del capitale che si limita a rimpiazzare fabbriche e attrezzature obsolete: restano 4.400 miliardi per Pechino, mille per Washington, 700 per Bruxelles. Il 23% del PIL cinese contro il 2% europeo va verso nuove installazioni.
Perché conta
- Gli investimenti sono un indicatore della crescita futura: quanto capitale nuovo aggiungi oggi determina quanto potrai produrre e innovare fra dieci anni. Al ritmo attuale l'Europa sta costruendo capacità produttiva compatibile con una crescita dell'1% l'anno, la Germania dello 0,5%, gli Stati Uniti del 2%;
- La stagnazione europea non è uno scenario: è la traiettoria più probabile, e si autoalimenta — poca crescita scoraggia gli investimenti, pochi investimenti frenano la crescita. Chiudere il divario richiederebbe 750-800 miliardi di euro l'anno in più, 4,5 punti di PIL: la cifra del rapporto Draghi del 2024. Quasi tutti privati, e il capitale privato si muove in cerca di rendimenti. In Europa non si trovano: costruire qui costa almeno il 50% in più che nei paesi che oggi attraggono capitale, e nella ricerca il divario arriva al 300%. La Germania è il malato d'Europa: investimento netto allo 0,2% del PIL, contro oltre il 2% di Italia, Francia e Spagna e il 6-8% di Polonia e Romania. I paesi travolti dalla crisi del debito investono oggi più di chi predicava loro il rigore;
- L'Europa investe meno della propria quota di produzione mondiale in automotive, farmaceutica e meccanica: i suoi tre punti di forza storici. Sessantadue centesimi di ogni dollaro investito nella meccanica globale finiscono in Cina.
Sì, ma: Pechino aggiunge ogni anno tre-cinque volte più capitale di Stati Uniti ed Europa insieme, e dal proprio stock ricava il 40% di valore in meno. Spread di profitto economico: 2,3% in Cina, 6,3% negli Stati Uniti. Il modello non è replicabile — e forse non è nemmeno vincente.
Adesso
- Il PNRR ha chiuso i rubinetti il 31 agosto: il tasso di investimento netto italiano sopra il 2% era in buona parte finanziato da Bruxelles. I dati Istat sugli investimenti fissi lordi del terzo e quarto trimestre diranno se il motore regge da solo;
- Berlino ha sbloccato 500 miliardi di euro per infrastrutture su dodici anni: circa 40 miliardi l'anno, un punto di PIL tedesco. Abbastanza per risollevare lo 0,2%, non per chiudere il buco europeo. Per la meccanica italiana, che vende a valle delle commesse tedesche, è il fattore da monitorare più di qualsiasi decisione BCE;
- Il gas europeo viaggia oltre cinque volte il prezzo americano dopo la chiusura di Hormuz a marzo, e la chimica continentale ha perso quasi 40 milioni di tonnellate di capacità dal 2022. Anche nello scenario di riforma più aggressivo — permessi, energia, produttività — MGI stima che l'Europa recuperi solo il 30-60% del divario di costo. Il resto finirà gestito con la politica commerciale: CBAM, antidumping, dazi.