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L'economia della perdita di biodiversità: implicazioni per Asia e Pacifico
Cosa è successo?
Un’analisi pubblicata su The Diplomat mostra come la perdita di biodiversità generi impatti economici sistemici e non lineari. Negli anni ’90, il crollo del 91-98% della popolazione di avvoltoi in India, causato da un farmaco veterinario, ha contribuito a circa 100.000 morti umane annue e a perdite economiche stimate in 70 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2005, per il venir meno del ruolo sanitario svolto dagli animali. Analogamente, il degrado delle barriere coralline nel Coral Triangle del Sud-Est asiatico minaccia i mezzi di sussistenza di oltre 120 milioni di persone. Gli autori formalizzano un principio chiave: la perdita di biodiversità diventa esponenzialmente più dannosa man mano che gli ecosistemi si impoveriscono, introducendo un biodiversity risk exposure score che misura squilibri funzionali più che perdite aggregate di specie.
Perché è importante?
Per il settore assicurativo, la biodiversità emerge come fattore produttivo complementare e non sostituibile, con implicazioni dirette per la modellazione del rischio. Ecosistemi fragili aumentano la probabilità di shock sanitari, agricoli, climatici e di catena del valore, ampliando la correlazione tra perdite assicurate e riducendo la diversificazione del portafoglio. Il fatto che mercati e asset inizino solo ora a prezzare il rischio biodiversità suggerisce una sottostima strutturale dell’esposizione.
E adesso?
Stanno emergendo strumenti finanziari e assicurativi per integrare il rischio natura nelle decisioni di capitale: biodiversity bond, debt-for-nature swap e nature credits mirano a mobilitare investimenti nella conservazione. Per gli assicuratori ciò implica un’evoluzione verso underwriting basato su funzioni ecosistemiche, partnership pubblico-private e prodotti di resilienza legati alla protezione della natura, riconoscendo che prevenire il collasso degli ecosistemi diventa anche una strategia di stabilità finanziaria e assicurativa.