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L’accesso alle cure non è un problema di “posti”: è un problema di instradamento
Da fuori sembra sempre la stessa storia: liste d’attesa, agenda piena, mancano medici, quindi serve più capacità. Dentro, però, il problema è più sottile e molto più frustrante: accesso rimandato significa cura negata. In un grande sondaggio tra medici, l’83% dichiara di aver visto pazienti rimandare cure necessarie, spesso per barriere pratiche come attese e difficoltà lungo il percorso.
Il punto è che continuare ad “aggiungere capacità” come risposta primaria è una corsa sul tapis roulant. Non solo perché la carenza di personale resta un vincolo strutturale, ma perché una parte rilevante della capacità che già esiste viene usata male. Stime prudenti indicano che tra il 10% e il 30% dell’agenda di un medico finisce assorbita da visite non necessarie, mal preparate o instradate sul professionista sbagliato. E gli stessi medici stimano che il 42% del tempo che oggi dedicano alla cura potrebbe essere spostato, senza perdita di qualità, su altri membri del team clinico, liberando tempo medico per ciò che richiede davvero competenza specialistica.
Qui sta la tesi: l’accesso non migliora quando moltiplichi gli slot, migliora quando smetti di sprecare gli slot che hai e instradi le persone nel posto giusto, al momento giusto, con il professionista giusto. È un tema di routing, non di metri quadri.
Instradare bene significa accettare una verità semplice: non tutto deve passare dal medico, e non tutto deve passare in presenza. Una parte enorme di domanda può essere gestita da infermieri, professionisti sanitari avanzati, operatori di comunità, e da modelli ibridi che separano ciò che è sincrono da ciò che è asincrono. La telemedicina, quando è usata con disciplina, non come tappabuchi, viene associata a un dato molto concreto: i medici che la praticano dichiarano di vedere il 18% di pazienti in più per ora rispetto alle visite in presenza.
La leva successiva è la parte meno visibile ma più determinante: togliere attrito amministrativo. Se una quota significativa del tempo clinico viene spesa in documentazione, prior authorization, refill, gestione di inbox e referral, non stai curando, stai facendo logistica. E quando la logistica cresce, cresce anche il burnout, che diventa a sua volta una variabile di accesso.
Il paradosso è che un approccio integrato, che prima ridisegna i modelli di cura e poi usa digitale e organizzazione per “hardwire” questo instradamento, non è solo una scelta etica. È anche una scelta economica: in alcuni scenari, la combinazione di interventi viene associata a 3–7 punti percentuali di miglioramento del margine operativo lordo. Ma soprattutto, è l’unico modo per non trasformare l’accesso in una guerra permanente tra domanda crescente e offerta esausta.
In Italia il tema dell’accesso ha una componente culturale e organizzativa molto riconoscibile: la risorsa SSN viene spesso impiegata in modo inefficiente.
Il caso più evidente è il Pronto Soccorso. Dati 2023 citati da Agenas e ripresi da varie analisi indicano circa 18,27 milioni di accessi e una prevalenza di codici bianchi e verdi intorno al 68%, cioè casi non urgenti o gestibili altrove. In altre parole, una parte consistente del sovraffollamento non è “malattia improvvisa”, è spesso mancanza di alternative territoriali percepite come accessibili, oppure sfiducia, oppure semplice convenienza del punto unico di risposta.
L’altra emorragia è quella degli appuntamenti persi. Il fenomeno dei no show è abbastanza grande da essere diventato oggetto di intervento nazionale: la normativa sulle liste d’attesa ha previsto che chi non si presenta senza disdetta, anche se esente, possa essere tenuto al pagamento della quota di partecipazione per la prestazione prenotata e non usufruita. E sul piano operativo, casi locali raccontano quanto margine ci sia: in un’esperienza riportata da ANSA, un sistema di gestione intelligente delle prenotazioni avrebbe ridotto il no show dal 40% al 20% in una ASL, recuperando slot e riducendo tempi morti.
Messa insieme, la fotografia è chiara: se continuiamo a trattare l’accesso come un problema di “quanta sanità abbiamo”, finiremo sempre per chiedere di più a un sistema già saturo. Se invece lo trattiamo come un problema di instradamento e di uso appropriato, scopriamo che una parte della soluzione è già dentro le nostre agende. Sta solo aspettando di essere organizzata meglio.