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Italia terza nell’Ue per longevità con 83,7 anni, ma spende in sanità pubblica il 74,3% contro il 78,8% della media e resta divisa tra territori

Cos’è successo
L'Italia è tra i Paesi più longevi d'Europa, ma il luogo in cui si vive continua a fare una differenza significativa. Secondo la Relazione annuale del CNEL sui servizi pubblici, presentata il 14 ottobre, l'aspettativa di vita nazionale ha raggiunto 83,7 anni nel 2025, collocando il Paese al terzo posto nell'Unione europea.
Dietro questa media si nascondono però profonde differenze territoriali. In Campania la speranza di vita è di 82,1 anni, contro gli 85 anni della Provincia autonoma di Trento. Anche la mortalità evitabile presenta divari significativi: 20,6 decessi ogni 10.000 residenti in Campania, contro 13,2 a Trento.
Il quadro è aggravato da una pressione crescente sull'accesso alle cure. Nel 2024 il 9,9% degli italiani ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria per ragioni economiche, liste d'attesa o difficoltà di accesso. La quota di spesa sanitaria finanziata pubblicamente è inoltre pari al 74,3%, contro il 78,8% della media Ue.
Perché conta
L'eccellenza nazionale può nascondere disuguaglianze strutturali. L'Italia ottiene risultati complessivamente elevati sulla longevità e sulla mortalità evitabile, ma queste medie non descrivono ciò che accade nei singoli territori. Un sistema universalistico dovrebbe garantire opportunità di salute comparabili indipendentemente dalla residenza, mentre gli indicatori mostrano distanze ancora rilevanti.
- La geografia della salute non dipende soltanto dagli ospedali. Reddito, istruzione, occupazione, ambiente e comportamenti contribuiscono alle differenze di mortalità, insieme alla disponibilità dei servizi sanitari. Attribuire i 2,9 anni di divario esclusivamente alla qualità delle cure sarebbe scorretto, ma proprio per questo servono politiche capaci di intervenire anche sui determinanti sociali e territoriali della salute;
- La prevenzione rischia di ampliare il divario. Screening oncologici, diagnosi precoce e gestione delle cronicità producono benefici soltanto se raggiungono le persone. Il CNEL segnala persistenti differenze geografiche nell'accesso e negli esiti dei programmi sanitari, mentre una copertura pubblica inferiore alla media europea aumenta la rilevanza della spesa privata e della capacità economica individuale.
Adesso
- Ripensare la distribuzione delle risorse. Il finanziamento regionale dovrebbe riflettere meglio i bisogni effettivi della popolazione, considerando fragilità sociale, condizioni ambientali, cronicità e difficoltà di accesso. Il CNEL ha già proposto una revisione dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale;
- Passare dai LEA formali agli esiti misurabili. Non basta verificare che una prestazione sia teoricamente garantita. Servono indicatori confrontabili su tempi di attesa, adesione agli screening, ricoveri evitabili, diagnosi precoci e mortalità prevenibile, per identificare dove il sistema perde capacità di produrre salute.
Misurare se i divari si stanno riducendo; - Nei prossimi anni il risultato più importante non sarà soltanto l'aumento dell'aspettativa di vita nazionale, ma la convergenza tra territori. Se le Regioni già più forti continuano a migliorare più rapidamente delle altre, la media italiana potrà crescere anche mentre aumentano le disuguaglianze.
La sfida del SSN non è soltanto mantenere l'Italia tra i Paesi più longevi d'Europa, ma impedire che la possibilità di vivere più a lungo e in buona salute dipenda in misura così rilevante dal luogo di nascita e di residenza.