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Iran, l'operazione militare Usa e il rischio di un'ulteriore escalation
Cosa è successo
Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione di Donald Trump sta valutando di lanciare un’operazione militare per entrare in Iran e sequestrare o mettere in sicurezza circa 400 kg di uranio altamente arricchito conservato in siti come Isfahan e Natanz – già colpiti in precedenti attacchi, ma ancora operativi in parte o con depositi sotterranei. L’operazione, ancora in fase di valutazione, verrebbe condotta con un mix di forze speciali, ingegneri nucleari e una presenza sul terreno di giorni o settimane. Secondo diverse stime, una tale operazione comporterebbe rischi elevatissimi, inclusa una probabile ritorsione iraniana e un’escalation del conflitto. Parallelamente, Washington starebbe, da una parte, cercando di ottenere lo stesso risultato attraverso la pressione diplomatica, chiedendo a Teheran di consegnare il materiale come condizione per porre fine alla guerra e, dall’altra, minacciando un’operazione nel Golfo per liberare lo stretto di Hormuz.
Perché è importante
Questa opzione rappresenta un cambio radicale nel modo di pensare alla non proliferazione. Tradizionalmente, le strategie occidentali – come descritte da Nicholas Miller nel suo Stopping the Bomb The Sources and Effectiveness of US Nonproliferation Policy – si basavano su deterrenza, sanzioni e controllo internazionale. Qui emerge invece una quarta opzione: la rimozione fisica della capacità nucleare dell’avversario. L’uranio arricchito non è un’infrastruttura, ma una risorsa. Una volta prodotto, può essere spostato, nascosto e protetto, soprattutto in strutture sotterranee. Poiché non basta distruggere gli impianti, allora bisogna neutralizzare il materiale. In questo senso, l’idea di estrarre l’uranio è quasi industriale: non si tratta solo di negare capacità all’avversario, ma di appropriarsi o neutralizzare una risorsa strategica. Ovviamente, una tale operazione comporterebbe notevoli e molteplici criticità. Bisogna in primo luogo riuscire a fare arrivare sugli obiettivi prefissati dei team di forze speciali senza essere intercettati. Dopo aver quindi evitato difese anti-aeree, questi dovranno avere sufficiente potenza di fuoco da entrare in due strutture non solo ben difese ma dove sono anche attesi, e dunque con poco vantaggio di sorpresa. Sarà poi necessario trovare e rimuovere il materiale nucleare – un’altra sfida non necessariamente irrilevante. Infine sarà necessario riuscire ad esfiltrare il team con successo.
E adesso?
Nel breve termine, un’operazione del genere rappresenterebbe una escalation significativa. L’ingresso di truppe americane sul territorio iraniano, anche con obiettivi limitati, aumenterebbe il rischio di una risposta diretta da parte di Teheran e di un allargamento del conflitto nella regione. Nel medio periodo, si creerebbe un precedente strategico rilevante. L’idea che una grande potenza possa intervenire direttamente per sequestrare materiali nucleari ridefinisce le regole implicite della non proliferazione e potrebbe spingere altri attori a rendere le proprie scorte più disperse, nascoste e protette, oppure ad accelerarne la trasformazione in armi. E’ utile però ragionare sulle implicazioni dirette. E’ infatti importante cercare di capire se un’eventuale operazione volta a liberare lo Stretto di Hormuz possa servire da diversivo, così da distrarre forze iraniane e rendere l’intervento contro le centrali nucleari più facile, ovvero se non sia vero il contrario: una tale operazione, anche solo minacciata, serva per distrarre parte delle forze iraniane dallo Stretto di Hormuz.