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Ingeriamo fino a 5 grammi di microplastiche a settimana, ora si prova a rimuoverle dal sangue filtrando e sostituendo il plasma

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Ingeriamo fino a 5 grammi di microplastiche a settimana, ora si prova a rimuoverle dal sangue filtrando e sostituendo il plasma

Cos’è successo

Una società americana attiva nel settore della longevity, Circulate Health, ha pubblicato uno studio su 114 pazienti sottoposti a therapeutic plasma exchange (TPE), una procedura già utilizzata in alcune malattie autoimmuni e neurologiche. I ricercatori hanno osservato una riduzione delle microplastiche circolanti nel sangue nei pazienti che partivano da livelli medio-alti.

L'interesse per queste particelle è cresciuto rapidamente negli ultimi anni. Alcune stime suggeriscono che una persona possa ingerire fino a 5 grammi di microplastiche a settimana, l'equivalente del peso di una carta di credito, anche se il dato resta oggetto di dibattito scientifico. Nel frattempo, tracce di microplastiche sono state identificate in sangue, placenta, polmoni, arterie e numerosi altri tessuti umani.

La tecnica consiste nella rimozione di circa il 70% del plasma e nella sua sostituzione con albumina e soluzione fisiologica. È la prima volta che uno studio suggerisce la possibilità di rimuovere attivamente microplastiche dall'organismo umano attraverso un intervento medico.

Perché conta

Non stiamo parlando di una terapia, ma di una nuova categoria di medicina. Per secoli la medicina ha curato malattie. Qui il bersaglio non è una patologia specifica, ma un contaminante ambientale presente nell'organismo.
Le microplastiche stanno seguendo la traiettoria dei biomarcatori dell'invecchiamento. Fino a pochi anni fa il tema era confinato alla ricerca ambientale. Oggi le particelle plastiche vengono identificate in sangue, placenta, arterie, polmoni e altri tessuti umani, alimentando un crescente interesse sulle possibili conseguenze biologiche.
La vera domanda è se stiamo misurando un rischio o una causa. La presenza di microplastiche è stata associata a infiammazione, alterazioni metaboliche e rischio cardiovascolare, ma il rapporto causale resta ancora incompleto. Ridurre un biomarcatore non significa automaticamente migliorare la salute.

La longevity cerca nuovi mercati. Dopo età biologica, glicani, senolitici e plasma exchange, il settore sta iniziando a costruire servizi attorno all'idea di "detossificazione biologica". Il rischio è che il mercato corra molto più velocemente delle evidenze scientifiche. Si apre un dibattito regolatorio. Se in futuro fosse dimostrato che le microplastiche aumentano realmente il rischio di malattia, la questione non sarebbe più solo ambientale. Diventerebbe una priorità di salute pubblica.

Adesso

Da monitorare quattro aspetti.

  • Beneficio clinico. Lo studio dimostra una riduzione delle microplastiche nel sangue, ma non dimostra alcun miglioramento di salute, longevità o riduzione del rischio di malattia.
    Carico totale dell'organismo. Le microplastiche non si trovano solo nel sangue. Una parte importante è probabilmente distribuita nei tessuti. Ridurre i livelli circolanti potrebbe non essere sufficiente.
  • Validazione indipendente. Lo studio è stato condotto da una società che commercializza la procedura. Saranno necessari studi indipendenti per confermare risultati e rilevanza clinica;
  • Nuova frontiera della prevenzione. Se oggi la prevenzione significa ridurre esposizione a fumo, obesità o inquinamento, domani potrebbe includere anche la gestione di contaminanti biologici accumulati nel tempo. La domanda di fondo è forse la più interessante: stiamo assistendo alla nascita di una nuova medicina della "pulizia biologica" oppure all'ennesimo biomarcatore che genera più attenzione mediatica che beneficio clinico? La risposta determinerà se le microplastiche diventeranno il colesterolo degli anni 2030 o una preoccupazione destinata a ridimensionarsi.

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