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Il tira e molla in Iran sta facendo impazzire i mercati finanziari

Un recente report di JP Morgan ha analizzato quali potrebbero essere le nuove conseguenze di un allungamento del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran.

4 min di lettura

Cosa è successo

Un recente report di JP Morgan ha analizzato quali potrebbero essere le nuove conseguenze di un allungamento del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. A fine febbraio si è intensificata la tensione tra i tre paesi, con attacchi e ritorsioni nella regione del Golfo, incluse rappresaglie iraniane contro installazioni militari statunitensi in Giordania, negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar. Nei giorni successivi, il prezzo del petrolio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta dalla fine del 2022.
Le tensioni hanno colpito direttamente lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio energetico globale. Il mercato non sta più reagendo solo al rischio politico, ma alla possibilità concreta di interruzioni nei flussi fisici di materie prime energetiche e industriali.
Il cambiamento reale è nel tipo di rischio: da percezione geopolitica a vincolo operativo sulla logistica delle materie prime.
Lo Stretto di Hormuz gestisce circa il 20% dei flussi petroliferi globali e una quota rilevante di fertilizzanti: anche riduzioni parziali incidono su prezzi e consegne. Le proiezioni stimano riduzioni dell'offerta fino a 7 milioni di barili al giorno entro metà marzo, con il rischio di arrivare a 12 milioni se il blocco persiste e fino a 16 milioni secondo le stime peggiori nel caso venisse coinvolta l'isola di Kharg, da cui transita il 90% delle esportazioni iraniane.
Il mercato sta già tenendo conto di un possibile deficit di offerta nel breve periodo in aggiunta a un un premio per incertezza politica. I terminal di stoccaggio del Golfo stanno raggiungendo la capacità massima, con conseguenti interruzioni anche nelle raffinerie regionali.
L’incertezza non riguarda solo energia: fertilizzanti, chimica di base e metalli energivori risultano esposti per dipendenza da gas e rotte del Golfo. Per l'alluminio, per cui il Medio Oriente è esportatore netto per circa 5 milioni di tonnellate all'anno, il 7% della produzione globale, i prezzi potrebbero avvicinarsi rapidamente a quota 4.000 dollari per tonnellata in caso di dislocazione delle forniture.

Perché è importante

Il punto è che cambia la natura del rischio economico. Un aumento dei prezzi legato alla geopolitica tende a riassorbirsi rapidamente, mentre un'interruzione fisica della logistica si prolunga finché le rotte non tornano operative. Questo conta perché le imprese non affrontano solo costi più alti, ma anche incertezza sulle consegne, con effetti diretti su margini e continuità produttiva.
Ne deriva un secondo effetto meno immediato: il rischio si trasferisce lungo più filiere contemporaneamente. Non solo energia, ma anche i fertilizzanti, input essenziale per l'agricoltura, subiscono interruzioni. Una quota significativa del commercio globale di fertilizzanti transita dal Golfo e dipende dal gas naturale come materia prima. Questo implica un potenziale aumento dei costi agricoli e, a cascata, dei prezzi alimentari. Le criticità possono emergere con ritardo: quando i contratti già negoziati scadono o se i fornitori interrompono le consegne invocando cause di forza maggiore.
L'impatto dipende però da durata e intensità delle tensioni. Se i prezzi restano elevati per mesi, le stime JP Morgan indicano un possibile freno alla crescita globale di 0,6 punti percentuali annualizzati nella prima metà del 2026 e un aumento del CPI globale superiore all'1%. Detto questo, lo scenario attuale viene classificato come uno shock macroeconomico gestibile: non tale da minacciare l'espansione globale né da alterare significativamente il corso della politica monetaria, a meno di un'ulteriore escalation.
In Italia, oltre il 90% del fabbisogno di petrolio e gas è coperto da importazioni, contro una media UE inferiore. Questo implica una trasmissione più rapida degli shock energetici e agricoli ai costi interni, soprattutto nel breve periodo.

E adesso?

Cosa tenere d'occhio:

  • Breve termine (0–3 mesi): monitorare traffico e sicurezza nello Stretto di Hormuz, perché determinano disponibilità fisica di energia e fertilizzanti.
  • Medio termine (3–12 mesi): osservare prezzi energetici e delle materie prime che anticipano pressioni inflazionistiche.
  • Lungo termine (12–24 mesi): considerare la possibile riorganizzazione delle catene di approvvigionamento per aumentare la diversificazione geografica delle forniture.

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