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Il Public Procurement Act impone almeno il 30% di peso a criteri tecnici, ambientali e sociali negli appalti pubblici

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Il Public Procurement Act impone almeno il 30% di peso a criteri tecnici, ambientali e sociali negli appalti pubblici

Cos’è successo

La Commissione europea presenta la proposta di regolamento sugli appalti pubblici e sulle concessioni. Non ritocca le tre direttive del 2014: le abroga e le sostituisce con un testo unico. Una direttiva va riscritta in legge nazionale, un regolamento si applica così com'è.

Gli appalti valgono circa il 15% del prodotto interno lordo europeo; in Italia il mercato ha toccato
309,7 miliardi nel 2025, +13,9% sull'anno prima. Insieme alla regola cambiano tre cose: come si sceglie chi vince, quanta libertà ha chi compra, chi può partecipare. Il testo però non le muove nella stessa direzione.

Perché conta

Il meccanismo meno ovvio non sta nelle singole regole, ma nel modo in cui la Commissione le tiene insieme: allarga la libertà di chi compra e come contrappeso non aggiunge procedure, ma sorveglianza. Ogni Stato dovrà creare o designare un archivio nazionale dei dati di gara che confluisce in uno europeo: il controllo passa dalla procedura ai numeri. Per l'Italia arriva subito dopo aver riscritto il codice e digitalizzato le gare.

  • Il prezzo più basso smette di essere la regola e diventa l'eccezione da giustificare. I contratti andranno decisi sul miglior rapporto tra prezzo e qualità: peso minimo del 30% alla qualità, 50% dove la manodopera è la voce principale. Le costruzioni, il 30% del valore aggiudicato in Europa, sono il settore più esposto. La qualità non è un criterio unico: comprende merito tecnico, caratteristiche ambientali e sociali, esperienza dello staff assegnato al contratto e servizio post-vendita. Proprio l'ampiezza di questa definizione è già oggetto di critica da parte di alcune organizzazioni ambientaliste, che chiedono requisiti minimi vincolanti per evitare che resti troppo generica;
  • Più libertà a chi compra sposta il vincolo dalla norma alla capacità di chi gestisce la gara. La trattativa con i concorrenti diventa possibile ovunque, i requisiti di partecipazione facoltativi. Il comitato di controllo della Commissione ha respinto la prima valutazione d'impatto il 17 aprile 2026, contestando tra l'altro questa somma; via libera l'8 giugno, con riserve;
  • La preferenza per i prodotti europei resta facoltativa, ma il testo si candida a modello degli atti futuri. Chi compra può riservare la gara a operatori europei o di Paesi legati da accordi commerciali; la Commissione può escludere gli altri quando è in gioco un interesse strategico. Resta aperto quanto pesi uno strumento che vincola gli altri regolamenti senza obbligare nessuno.

Adesso

  • Breve termine (autunno 2026 – primavera 2027): verificare se i testi settoriali in corso — Industrial Accelerator Act, Chips Act 2.0 — adottano le regole d'origine di questo regolamento o ne mantengono di proprie. Criteri diversi per settore renderebbero la preferenza inapplicabile. Da qui dipende dove le imprese italiane devono presidiare la definizione di prodotto europeo;
  • Medio termine (2027-2028): seguire le regole di dettaglio che la Commissione scriverà poi — definizione di origine, requisiti ambientali obbligatori, proprietà delle piattaforme di gara. È lì, non oggi, che si decide quanto stringe. L'esito determina se la digitalizzazione italiana appena completata sia un vantaggio o un costo da rifare;
  • Lungo termine (dall'applicazione, due anni dopo l'entrata in vigore): misurare se cresce la quota di gare decise sulla qualità e se la macchina amministrativa regge più discrezionalità. In Italia nel 2025 l'86% delle procedure di lavori sopra 40.000 euro è finito senza confronto competitivo. Su questo si misura se la riforma produce spesa migliore o solo più contenzioso.

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