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Il Pentagono estende fino al 2027 il dispiegamento americano in Medio Oriente con 50 mila soldati schierati

Cos’è successo
Quando gli Stati Uniti lanciarono insieme a Israele la loro offensiva contro l'Iran, il 28 febbraio scorso, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva promesso un colpo rapido e decisivo che avrebbe evitato un conflitto lungo e logorante. Sei mesi dopo, secondo quanto riporta il Wall Street Journal citando fonti a conoscenza dei fatti, il Pentagono sta invece estendendo - in via discreta - i tempi di dispiegamento delle truppe nella regione fino al 2027, segnale che la guerra potrebbe protrarsi ben oltre le previsioni iniziali. Non si tratterebbe di un'escalation improvvisa, ma di una strategia militare di lungo periodo pensata per garantire a Trump diverse opzioni sul tavolo, dall'intensificazione delle operazioni a un'eventuale de-escalation negoziata.
Il dispiegamento attuale è già di dimensioni considerevoli: circa 50mila militari statunitensi si trovano oggi in Medio Oriente, supportati da 19 navi da guerra, tra cui due portaerei e 13 cacciatorpediniere lanciamissili guidati, oltre a unità di difesa aerea, squadroni di caccia e reparti paracadutisti. Le missioni in corso includono l'intercettazione di missili iraniani, la scorta al traffico marittimo commerciale nello Stretto di Hormuz e il blocco navale di porti e coste iraniane. Il prolungarsi dell'impiego, scrive il Wall Street Journal, sta mettendo a dura prova sia il personale militare sia le loro famiglie, oltre a complicare la normale manutenzione dei mezzi.
Perché conta
Dietro la decisione di Hegseth c'è un problema più strutturale: il Pentagono si ritrova con una "coperta corta" nel dispiegamento globale delle proprie forze, schiacciato tra un fronte mediorientale che non accenna a chiudersi e un Indo-Pacifico che la stessa strategia di difesa nazionale del 2026 indica come priorità assoluta nel contenimento della Cina.
- Il trasferimento della portaerei Uss George Washington dal Giappone al Medio Oriente ha lasciato per la prima volta l'area a ovest di San Diego priva di un gruppo d'attacco imbarcato, alimentando le preoccupazioni di alleati come Taiwan sulla reale capacità americana di deterrenza nel Pacifico;
- Secondo le stime, l’operazione contro l'Iran avrebbe già consumato circa un terzo delle scorte di missili da crociera Tomahawk, il 65% degli intercettori Patriot e il 40% di quelli Thaad, mentre circa 2.200-2.500 Marines, compresa la 31esima Unità expeditionary di stanza a Okinawa, sono stati spostati dal teatro asiatico a quello mediorientale;
- Il costo umano della missione emerge anche da episodi come lo scalo a Pattaya, in Thailandia, della portaerei Uss Abraham Lincoln: quasi 5 mila marinai sono sbarcati dopo un record di 250 giorni consecutivi in mare, al termine di un imbarco di nove mesi.
Adesso
- Il conflitto resta in una fase di stallo prolungato e la presenza americana nella regione, formalmente temporanea, si consolida di fatto in una struttura semi-permanente almeno fino al 2027, con rotazioni di personale e mezzi sempre più simili a quelle di teatri operativi fissi come l'Europa orientale;
- Se il consumo di munizioni e sistemi di difesa aerea dovesse continuare al ritmo attuale, il Pentagono potrebbe trovarsi costretto a scelte esplicite di priorità tra Medio Oriente e Indo-Pacifico, con possibili ricadute dirette sulla postura di deterrenza verso la Cina proprio mentre Pechino osserva la capacità americana di sostenere due fronti contemporaneamente;
- Un'eventuale de-escalation con l'Iran, o pressioni politiche interne legate al logoramento delle truppe e alle famiglie dei militari, potrebbero invece accelerare un parziale rientro delle forze verso il Pacifico, riportando al centro dell'agenda del Pentagono la priorità dichiarata ma finora disattesa del contenimento cinese.