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Il Long Covid svuota il mercato del lavoro: colpito uno su cinque, perdita di PIL fino al 2035
Cosa è successo
Un nuovo studio Ocse quantifica il Long Covid come costo strutturale: meno per la spesa clinica “pura”, molto di più per l’impatto su lavoro e PIL. La risposta policy oggi è ancora disomogenea: pochi piani nazionali, pochi percorsi di cura ufficiali, poca formazione.
Perché è importante
Cinque anni dopo l’inizio della pandemia, il messaggio è netto: il Long Covid non è una diagnosi residuale. Nel 2021 avrebbe colpito circa 75 milioni di persone nell’area Ocse (oltre il 5% della popolazione) e generato ~53 miliardi di dollari di spesa sanitaria diretta. Anche se la prevalenza scende, l’Ocse stima che tra 2025 e 2035 possa stabilizzarsi intorno a 0,6–1% della popolazione: abbastanza per mantenere costi diretti nell’ordine di ~11 miliardi l’anno (scenario prudenziale).
Il vero “conto” però arriva dal mercato del lavoro: tra i lavoratori colpiti, la disruption occupazionale riguarda circa 1 su 5 e l’impatto macro può tradursi in una perdita annua 0,1–0,2% di PIL nel prossimo decennio. In altre parole: il rischio non è solo la pressione su specialistica e diagnostica, ma una riduzione persistente di partecipazione e produttività in un contesto già segnato da invecchiamento e crescita debole.
E adesso?
Qui sta il gap di policy: molti Paesi hanno linee guida, ma pochi hanno una strategia nazionale, budget dedicati e soprattutto percorsi di cura ufficiali; la formazione degli operatori resta limitata e la presa in carico è spesso frammentata. Per l’Italia la lezione è operativa: se il danno principale passa dal lavoro, serve un binario integrato SSN–medicina del lavoro–welfare (coding e dati, referral chiari, riabilitazione, accomodamenti e valutazioni funzionali) per evitare che una condizione “a bassa prevalenza” diventi un moltiplicatore di inattività e costi indiretti.