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Il governo ripristina lo sconto di 17 centesimi al litro sul gasolio ma la crisi della raffinazione è strutturale

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Il governo ripristina lo sconto di 17 centesimi al litro sul gasolio ma la crisi della raffinazione è strutturale

Cos’è successo

Il governo di Giorgia Meloni ha ripristinato lo sconto sul prezzo del gasolio per contrastare i nuovi aumenti legati alla guerra nel golfo Persico tra gli Stati Uniti e l’Iran. I prezzi del petrolio greggio (la materia prima) sono infatti tornati a salire a seguito della ripresa del blocco dello stretto di Hormuz e di un possibile allargamento della crisi allo stretto di Bab-el-Mandeb.

Lo sconto, che prevede una riduzione delle accise e dell’IVA, sarà di 17 centesimi al litro e rimarrà in vigore fino al 6 agosto. La misura avrà un costo di 125 milioni di euro e sarà finanziata in larga parte con il meccanismo delle “accise mobili”, cioè la variabilità delle imposte sulla vendita dei carburanti a seconda dell’andamento dei prezzi (più questi ultimi salgono, più aumenta il gettito dell’IVA e più soldi incassa lo Stato). Non sono previsti, invece, sconti sul prezzo della benzina.

Perché conta

  • Per effetto dello sconto, il prezzo del gasolio dovrebbe scendere intorno ai 2 euro al litro. Accise e IVA incidono per oltre la metà sul prezzo alla pompa;
  • La scelta di intervenire sul gasolio e non sulla benzina si spiega con il fatto che il diesel è il carburante più utilizzato per il trasporto delle merci e per il funzionamento di mezzi agricoli e macchine edili. Il governo, dunque, punta a evitare che il rincaro del gasolio si rifletta sui prezzi dei beni di consumo e vada a ridurre il potere d’acquisto dei cittadini;
  • Oltre ai fattori eccezionali (la guerra in Medio Oriente), ci sono anche ragioni strutturali dietro all’aumento dei prezzi di benzina e gasolio: lo squilibrio tra domanda e offerta di raffinati (in estate i consumi salgono perché si guida di più), le difficoltà del settore della raffinazione in Europa e in Italia.

Adesso

  • Gianni Murano, presidente di Unione Energie per la Mobilità (Unem), ha ricordato che negli ultimi quindici anni l’Europa ha perso circa il 20% della sua capacità di raffinazione “e siamo strutturalmente in deficit di gasolio rispetto alla benzina”. La maggior parte delle raffinerie europee sono progettate per produrre benzina, mentre il fabbisogno di gasolio viene soddisfatto con le importazioni: in passato dalla Russia, oggi dagli Stati Uniti e dal Medio Oriente;
  • L’industria europea della raffinazione è in difficoltà rispetto alla concorrenza estera perché deve sostenere costi operativi più alti (il prezzo dell’energia) ed è sottoposta a normative ambientali più rigorose e onerose (il prezzo della CO2 emessa). Gli investimenti sono disincentivati dai piani europei di transizione all’elettrico;
  • L’Italia dispone di una capacità di raffinazione petrolifera di circa 80 milioni di tonnellate annue; nel 2007 ammontava a 106 milioni. Diversi impianti sono stati riconvertiti o trasformati in bioraffinerie (come quella di Venezia Porto Marghera).

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