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Il Circular Economy Act slitta al 18 novembre e la Commissione ha già abbandonato il dazio del 15% sull’export di rottami d’alluminio

Cos’è successo
Il Circular Economy Act (CEA) slitta ancora. Era previsto entro settembre, poi per l’11 novembre; ora è atteso per il 18, secondo l’agenda provvisoria della Commissione. A frenarlo è stato il Comitato per il controllo normativo, che ha bocciato la valutazione d’impatto: troppo debole sul lato della domanda, troppo pesante per le PMI.
Il CEA è la legge quadro con cui Bruxelles vuole raddoppiare il tasso di circolarità dell’UE, cioè la quota di materiali usati dall’economia europea che proviene dal riciclo. L’obiettivo è passare dal 12,2% del 2024, un dato fermo da anni, al 24% entro il 2030. Lo strumento è un mercato unico delle materie prime seconde, oggi frammentato in 27 discipline nazionali, che il CEA costruisce su quattro leve: criteri comuni per stabilire quando un rifiuto smette di esserlo, regole armonizzate sulla responsabilità estesa del produttore (EPR), spedizioni transfrontaliere più semplici e obblighi di contenuto riciclato per creare domanda.
Perché conta
Mentre il CEA slitta, uno dei suoi nodi per l’Italia è stato sciolto in un altro dossier. L’11 settembre la Commissione ha abbandonato il dazio del 15% sull’export di rottami d’alluminio per non complicare l’accordo di libero scambio con l’India. L’India è il primo mercato di sbocco di questi rottami: circa 382.500 tonnellate nel 2025, un terzo dell'export UE che ha toccato il record di 1,26 milioni di tonnellate, il 51% in più rispetto al 2019. Ad agosto scrivevamo che Roma doveva scegliere tra acciaierie e riciclatori. Ma la decisione è arrivata da Bruxelles, con un criterio commerciale prima che industriale. I produttori hanno reagito con durezza, i riciclatori hanno applaudito. Emirates Global Aluminium ha già collegato la decisione alla valutazione di un suo progetto di riciclo in Germania: il rottame che viene esportato è capacità europea che non viene costruita.
- La difesa di Bruxelles: il dazio avrebbe coperto solo circa metà dell’export. Il regolamento sulle spedizioni di rifiuti, che dal 21 maggio 2027 vieta in linea generale l’export di rifiuti non pericolosi verso i Paesi extra-OCSE, potrebbe toccarne fino a tre quarti secondo le stime di settore;
- Sì, ma quel divieto ha una porta laterale: resta aperto ai Paesi che ne fanno richiesta e dimostrano di trattare i rifiuti in modo ambientalmente corretto. Se l’India entra nella lista, lo strumento più ampio perde il suo bersaglio principale;
- Un nuovo precedente: l’alluminio era il caso più facile, con un impegno scritto nel piano RESourceEU. Se Bruxelles rinuncia lì, le restrizioni sui rottami ferrosi chieste dalle acciaierie italiane difficilmente entreranno nel CEA.
Adesso
- 18 novembre: arriva il CEA. Il primo punto da guardare è se i criteri end-of-waste saranno armonizzati e direttamente applicabili, perché è lì che si decide il regime italiano di autorizzazioni caso per caso. Il secondo è il modello EPR, dove lo scontro è già aperto. Il 21 ottobre il Consiglio ha adottato il mandato per sospendere fino al 2032 l’obbligo di nominare un rappresentante in un altro Stato per chi vi immette meno di una tonnellata di imballaggi l’anno. Il Parlamento vuole limitare la sospensione a micro e piccole imprese e legarla al CEA;
- Entro il 21 novembre: è attesa la prima lista dei Paesi extra-OCSE autorizzati a ricevere rifiuti dall’UE. È lì, non nel CEA, che si decide quanto rottame resta in Europa;
- Fine 2026: l’obiettivo dichiarato è firmare l’accordo UE-India. Prima del negoziato sul CEA, Roma deve trovare una posizione comune tra siderurgia, alluminio e riciclo. Senza, end-of-waste, deroghe all’export ed EPR si decideranno a Bruxelles.