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Il 70% degli antibiotici passa dagli allevamenti animali e crea batteri super resistenti

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Il 70% degli antibiotici passa dagli allevamenti animali e crea batteri super resistenti

Cos’è successo

Le stime più citate dicono che circa il 70% degli antibiotici usati nel mondo finisce negli allevamenti, non negli ospedali. Negli allevamenti intensivi, infatti, gli animali vivono spesso in spazi molto ristretti, dove le malattie si diffondono velocemente. Per evitare perdite economiche, molti produttori (soprattutto fuori dall'Europa) usano gli antibiotici in modi impropri, ad esempio somministrandoli in via preventiva anche ad animali sani o per stimolarne una crescita più rapida. Si tratta di uno dei motori strutturali della resistenza antimicrobica (Amr), poiché batteri ad alcuni antibiotici arrivano all’uomo “potenziati”, dopo cioè aver già subito un adattamento sull’animale, riducendo l’effetto degli stessi antibiotici sugli umani. In questo contesto, Bruxelles sta chiudendo una falla classica: regole severe “in casa”, ma prodotti importati ottenuti con standard più permissivi.

Per questo gli Stati membri hanno votato l'aggiornamento dell’elenco dei Paesi terzi autorizzati a esportare animali e prodotti alimentari nell’Ue, in base al rispetto delle restrizioni Ue sull’uso di antimicrobici. Le nuove regole per le importazioni (divieto di antimicrobici per crescita/resa e di antimicrobici riservati alle infezioni umane) si applicheranno dal 3 settembre 2026.

Perché conta

L'Ue prova a rendere la politica amr coerente lungo tutta la filiera: se limiti l’uso di antimicrobici negli allevamenti europei ma importi prodotti “a standard più bassi”, la resistenza non la fermi e crei anche concorrenza sleale.

  • Sanità pubblica: ridurre l’uso improprio di antimicrobici negli animali significa ridurre pressione selettiva e rischio di resistenze che poi pesano sulla medicina umana (terapie più difficili, più costose);
  • Mercato e concorrenza: "campo di gioco alla pari" per i produttori Ue, ma potenziali impatti su costi, controlli e supply chain per chi esporta verso l’Europa;
  • Italia: Paese importatore e grande trasformazione agroalimentare: la misura tocca controlli veterinari/doganali e può riflettersi su disponibilità e prezzi di alcune filiere.

Adesso

  • Entro settembre 2026, esportatori e importatori dovranno conformarsi alla norma: il rischio, per chi non si adegua, è restrizione o esclusione dal mercato Ue;
  • Per l’Italia: serve preparare linee operative e capacità di enforcement (documentazione, audit, tracciabilità) per evitare applicazione disomogenea e shock di filiera;
  • Da monitorare: reazioni commerciali dei Paesi terzi, eventuali richieste di transizione e – soprattutto – come verrà misurata la conformità (controlli, sanzioni, criteri).

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