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Il 54% della perdita di biodiversità causata dagli oli vegetali avviene fuori dai Paesi che li consumano

Cos’è successo
Un nuovo studio pubblicato su Nature Food analizza l'impatto globale delle filiere degli oli vegetali sulla biodiversità, evidenziando come la maggior parte della perdita di specie non avvenga nei Paesi consumatori ma venga "delocalizzata" verso le regioni tropicali produttrici.
Grazie a dati geolocalizzati ad alta risoluzione e a una nuova metodologia di misurazione, la ricerca mostra che le catene globali di approvvigionamento trasferiscono gli impatti ambientali lungo le filiere commerciali, aumentando l'esposizione regolatoria e reputazionale delle imprese che importano, trasformano o utilizzano materie prime agricole.
Perché conta
Lo studio suggerisce che il rischio legato alla biodiversità segue sempre più le catene del valore internazionali, piuttosto che il luogo in cui avviene materialmente la produzione.
- Il 54% della perdita globale di biodiversità associata agli oli vegetali è generata al di fuori delle regioni che ne consumano i prodotti; per gli utilizzi non alimentari la quota arriva fino al 79%, evidenziando una crescente delocalizzazione degli impatti ambientali;
- Tre grandi aree economiche concentrano circa il 60% della biodiversità "outsourced": Cina (24%), Unione europea (24%) e Nord America (12%). La dipendenza da impatti esterni è molto elevata: il 77% per la Cina, il 79% per l'UE e l'86% per il Nord America;
- Il segmento più dinamico è quello non alimentare, cresciuto dell'89% contro il 77% del comparto alimentare. Nell'Unione europea gli impatti legati agli utilizzi non food sono aumentati del 115%, mentre quelli alimentari solo del 6%. Lo studio evidenzia inoltre che l'Ue concentra circa il 63% della perdita globale di biodiversità associata ai bioplastici, mettendo in luce una possibile tensione tra obiettivi climatici e tutela della natura.
Adesso
- L'entrata in vigore dell'EUDR e il rapido miglioramento della tracciabilità delle materie prime renderanno sempre più semplice individuare le responsabilità ambientali lungo le filiere internazionali;
- Per imprese, investitori e assicuratori aumenta il rischio di controversie legate a due diligence, greenwashing, responsabilità ambientale e conformità delle supply chain, soprattutto nei comparti che utilizzano oli vegetali per biocarburanti, bioplastici e altri materiali bio-based;
- Lo studio suggerisce infine una nuova sfida per la gestione del rischio: attività considerate favorevoli alla decarbonizzazione potrebbero generare contemporaneamente impatti negativi sulla biodiversità, rendendo necessario integrare sistematicamente il nature risk nelle valutazioni ESG, nei modelli di rischio e nei processi di underwriting.
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