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Il 50% della produzione alimentare globale dipende dall’azoto a Hormuz

Cosa è successo?
Lo studio pubblicato su Nature Food da Zamani e Farzanegan evidenzia un rischio sistemico finora sottovalutato: la concentrazione della produzione e del commercio di fertilizzanti azotati nello Stretto di Hormuz. L’azoto sintetico sostiene circa il 50% della produzione alimentare globale, ma Paesi chiave come India, Australia e Turchia dipendono in larga misura dalle importazioni dal Golfo Persico. Un’eventuale interruzione del traffico nello stretto genererebbe uno shock simultaneo su fertilizzanti, prezzi del gas e costi di trasporto, amplificando gli effetti già osservati durante la crisi del 2022.
Perché è importante?
Per il settore assicurativo, emerge un rischio di correlazione non lineare tra geopolitica, produzione agricola e sinistri. Gli shock sui fertilizzanti hanno dimostrato di avere un impatto sulla sicurezza alimentare globale persino superiore ai blocchi sulle esportazioni di grano, creando esposizioni indirette nei portafogli crop insurance, commodity-linked e parametrici. Inoltre, la dipendenza da un singolo chokepoint marittimo ridisegna la geografia del rischio: mercati considerati relativamente stabili risultano in realtà vulnerabili a shock esogeni sugli input agricoli. I modelli attuariali tradizionali focalizzati su resa e meteo non catturano questa dimensione upstream della supply chain.
E adesso?
Le compagnie assicurative dovranno integrare nei modelli di rischio agricolo scenari di disruption delle supply chain dei fertilizzanti come variabile autonoma, distinta dal rischio climatico. Questo implica aggiornare stress test e pricing per includere shock geopolitici e input cost volatility, oltre a sviluppare prodotti più sofisticati che coprano interruzioni di filiera e rischi multi-variabili. In prospettiva, l’integrazione tra modelli agricoli, energetici e geopolitici diventerà essenziale per valutare correttamente il rischio nei mercati emergenti ad alta intensità agricola.