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Gli Stati Uniti si preparano a lasciare l'Iraq dopo 23 anni aprendo la strada a un rafforzamento dell’Iran

Cos’è successo
Le forze americane lasceranno entro mercoledì 30 settembre le ultime basi rimaste in Iraq, chiudendo formalmente una presenza militare aperta con l'invasione del 2003, quando gli Stati Uniti rovesciarono il dittatore sunnita Saddam Hussein e occuparono il Paese, installando un governo a guida sciita e conducendo per anni una campagna di controinsurrezione prima di ritirarsi a fine 2011. Le truppe erano poi tornate meno di tre anni dopo, nel 2014, per aiutare le forze irachene a sconfiggere lo Stato islamico in una guerra durata fino al 2017. Il ritiro definitivo, concordato nel 2024 sotto la presidenza di Joe Biden e portato a termine dall'amministrazione di Donald Trump, arriva mentre gli Stati Uniti sono impegnati su un fronte parallelo di guerra con l'Iran, e mette fine a oltre due decenni di conflitto costati la vita a 4.500 militari americani.
Il ritiro è accolto come una vittoria dall'Iran e dai gruppi armati sciiti a esso alleati, che in Iraq hanno costruito negli anni un'influenza profonda: la Resistenza islamica in Iraq, sigla che riunisce le fazioni filo-iraniane, lo ha definito "una vittoria storica" e "una sconfitta schiacciante per il progetto americano". Resta invece diviso il giudizio tra gli iracheni: se l'uscita definitiva delle forze straniere è ampiamente popolare, c'è anche chi teme che il ritiro sia prematuro e rischi di lasciare un vuoto di sicurezza nel Paese.
Perché conta
- La presenza militare americana in Iraq aveva funzionato per anni da contrappeso all'influenza iraniana nel Paese, oltre che da base logistica e di intelligence nella lotta ai residui dello Stato islamico, che pur sconfitto quasi un decennio fa mantiene una rete di cellule dormienti;
- Il ritiro arriva in un momento delicato, con gli Stati Uniti formalmente in guerra con l'Iran su un altro fronte regionale: quest'anno sette dei 18 militari americani uccisi nel conflitto con Teheran sono caduti proprio in Iraq;
- Washington ha più volte accusato le milizie sciite filo-iraniane in Iraq di aver agito su input di Teheran anche fuori dai confini iracheni, compreso un attacco a un oleodotto saudita nelle scorse settimane, un dossier che il governo di Baghdad dice di voler contenere ma che finora non è riuscito a controllare del tutto.
Adesso
- Con l'uscita di scena della coalizione internazionale, i gruppi armati sciiti legati a Teheran hanno margini più ampi per rafforzare il proprio peso sulle decisioni di sicurezza e politica interna irachena, un salto di influenza che andrebbe a diretto vantaggio della proiezione regionale dell'Iran;
- Negli ultimi giorni sono stati segnalati movimenti sospetti riconducibili a presunte cellule dormienti dello Stato islamico, e le forze di sicurezza irachene avrebbero sventato un piano di attentati suicidi pensato per coincidere con il ritiro, segno che il gruppo cerca di sfruttare il vuoto lasciato dagli americani per tornare a farsi notare;
- Nei prossimi mesi sarà da verificare se il governo di Baghdad riuscirà a mantenere autonomamente il controllo del dossier sicurezza senza il supporto di intelligence, logistica e droni finora garantito dagli Stati Uniti, il vero nodo su cui si misurerà la tenuta del Paese dopo l'addio delle truppe straniere.