Vai all’articolo
FPSUpdatesIntelligence Platform

News & Business

Gli effetti della crisi di Hormuz su Pechino: +4,8% del PIL

3 min di lettura
Gli effetti della crisi di Hormuz su Pechino: +4,8% del PIL

Cosa è successo

L'economia cinese ha registrato un inizio d'anno superiore alle aspettative, con una crescita del PIL nel primo trimestre pari al +4,8%. Questo dato supera sia le previsioni degli analisti (+4,5%) sia la performance del trimestre precedente, posizionandosi nella fascia alta dell'obiettivo governativo (4,5%-5%). I nuovi dati relativi all’economia cinese hanno messo in luce come, nonostante la crisi innescata dalla sospensione del traffico marittimo di Hormuz, l’economia cinese abbia comunque centrato (anzi superato) gli obiettivi minimi di crescita.
Nonostante questo, il dato è solo parzialmente positivo.

In primo luogo perché conferma i livelli di crescita degli ultimi anni, decisamente lontani da quelli pre Covid; in secondo luogo perché il dato di oggi si innesta su un quadro nel quale gli effetti del blocco petrolifero non si sono ancora pienamente avvertiti (Pechino, benché principale acquirente del greggio del Golfo, ha ampie scorte con le quali tamponare i mancati rifornimenti di queste settimane); in terzo luogo perché non si regge su una crescita omogenea dei vari settori ma, al contrario su una disparità di crescita, nella quale i settori legati alla domanda interna languono.

Perché è importante

L'economia cinese ha registrato in questi mesi una crescita superiore alle attese nel primo trimestre, trainata principalmente dalle esportazioni e dalla produzione industriale ad alta tecnologia (come veicoli elettrici e della robotica): settori cruciali sì, ma il cui successo è profondamente legato alla floridità delle economie acquirenti. Se, come sembra, la crisi petrolifera innescherà scenari di recessione in Europa e se, come sembra, i rapporti commerciali tra Usa e Cina dovessero contrarsi, i prodotti tecnologici cinesi rischierebbero di diventare inesportabili. Per il semplice fatto che non ci sarebbe nessuno più in grado di comprarli.

La principale risorsa per Pechino, in questo senso, sta nella volontà europea di insistere sulla transizione energetica, un tema tanto necessario quanto costoso e politicamente piuttosto osteggiato. Allo stesso tempo, però, il mercato interno cinese, mostra segni di fragilità, cosa che di fatto mina la floridità economica cinese e la lega a doppio filo al settore dell’export. A rendere complessa la situazione interna della Cina sono soprattutto la crisi del settore immobiliare e la debolezza dei consumi privati.

E adesso?

Lo snodo centrale per capire come evolveranno le cose in Cina sta nel capire come proseguiranno gli approvvigionamenti energetici del Paese: attualmente il Paese è un grandissimo acquirente di greggio dal Gplfo e - seppure in modo diverso e meno evidente - dalla Russia. Allo stesso tempo però, Pechino, ha puntato in modo formidabile sulla produzione di energia da rinnovabili.

  • In questo quadro dunque si apre una specie di gara: da un lato c’è la necessità cinese di lavorare ai tavoli della pace affinché Hormuz venga riaperto e i traffici di greggio riprendano; dall’altro c’è quello di lavorare con ancora maggiore velocità sul fronte delle rinnovabili.
  • L’operazione da un lato potrebbe dare slancio alla produzione industriale e quindi al lavoro e alla domanda interna; d’altra parte però, per lavorare per la produzione di infrastrutture per le rinnovabili, serve energia: energia che al momento viene ancora prodotta da fonti fossili che, verosimilmente, andranno incontro a rincari.

FPS / NELLA TUA INBOX

Il contesto fa la differenza.

Continua a seguire i temi che contano con le newsletter di FPS Updates.

Scopri le newsletter
Tutti gli articoli ↗
Sicurezza & Resilienza

Nel biennio 2024-25 la Cina ha costruito navi da guerra per 636 mila tonnellate, più del doppio delle 270 mila degli Usa

Politica Internazionale

3 cose da sapere dei negoziati Usa-Russia sull'Ucraina e 3 possibili scenari

Assicurazioni

In Australia il caldo estremo costa 8,7 mld l’anno in produttività, ma gli assicuratori non lo contano ancora come rischio