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Gli attuali impegni climatici mondiali restano incompatibili con l'obiettivo di 1,5°C e aumentano il rischio di shock regolatori

Cos’è successo
Nel paper "From Kyoto to Paris and Glasgow: overview of international climate agreements and regimes, their limitations, and the role of energy efficiency and sufficiency", il Joint Research Centre della Commissione europea analizza l'evoluzione della governance climatica internazionale e mette in evidenza il persistente divario tra gli impegni assunti dagli Stati e le traiettorie necessarie per raggiungere gli obiettivi climatici globali.
Secondo i dati IPCC richiamati nel documento, le emissioni globali di gas serra hanno raggiunto 56 GtCO₂eq nel 2019, con un aumento del 12% rispetto al 2010. Anche qualora tutti gli impegni nazionali attualmente presentati (NDC) venissero pienamente implementati, le emissioni globali nel 2030 rimarrebbero superiori ai livelli del 2019. Al contrario, una traiettoria compatibile con l'obiettivo di 1,5°C richiederebbe una riduzione delle emissioni del 45% entro il 2030 rispetto al 2010 e il raggiungimento delle emissioni nette zero intorno alla metà del secolo.
Perché conta
Il documento evidenzia come il principale rischio climatico non derivi soltanto dagli impatti fisici del cambiamento climatico, ma anche dalla crescente probabilità di una transizione disordinata e caratterizzata da interventi normativi sempre più bruschi.
- Il divario tra gli obiettivi climatici e le politiche effettivamente implementate suggerisce che il rischio di transizione continua a essere sottovalutato nei settori ad alta intensità carbonica. Asset energetici, infrastrutture industriali e modelli di business dipendenti dai combustibili fossili potrebbero essere esposti a svalutazioni accelerate qualora governi e mercati fossero costretti ad adottare misure più aggressive per recuperare il ritardo accumulato;
- Il budget residuo di carbonio compatibile con il limite di 1,5°C è stimato in circa 500 GtCO₂ dal 2020, un volume che potrebbe essere esaurito nell'arco di 10-15 anni agli attuali livelli emissivi. Questo aumenta il rischio che gli scenari climatici basati sulle politiche correnti risultino troppo ottimistici rispetto alle effettive dinamiche di lungo periodo;
- La natura volontaria degli NDC e l'assenza di meccanismi sanzionatori internazionali rendono meno probabile una transizione graduale e più probabile una successione di aggiustamenti improvvisi, con effetti potenzialmente significativi sui mercati finanziari, sulle valutazioni degli asset e sui costi di conformità per le imprese.
Adesso
- Per investitori, assicuratori e gestori patrimoniali diventa sempre più rilevante integrare scenari di transizione disordinata nei propri stress test climatici, anziché assumere percorsi lineari di decarbonizzazione;
- I settori energivori e ad alte emissioni potrebbero essere esposti a un rischio crescente di policy shock, derivante da carbon pricing più severo, standard ambientali più stringenti o restrizioni normative accelerate;
- Per l'Unione Europea, il mancato allineamento globale agli obiettivi climatici rafforza la probabilità di nuove iniziative regolatorie nell'ambito del Green Deal, del sistema ETS e delle politiche industriali per la decarbonizzazione, con impatti sempre più rilevanti sulla competitività delle imprese e sulle decisioni di investimento di lungo periodo.
Fonte
https://proceedings.eceee.org/papers/proceedings2022/3-284-22_Bertoldi_REV.pdf