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GCAP: in difficoltà il progetto tra Regno Unito, Italia e Giappone per il caccia del futuro
Cosa è successo
Un’inchiesta del Financial Times evidenzia crescenti tensioni nel programma Global Combat Air Programme (GCAP), il progetto congiunto tra Regno Unito, Italia e Giappone per sviluppare un caccia di sesta generazione entro il 2035. Il Giappone ha espresso forte frustrazione per i ritardi britannici nel finanziamento che, bloccando la firma del contratto industriale, stanno rallentando l’intero programma. Il problema non è solo tecnico: è anche politico e finanziario. Il Regno Unito non ha infatti ancora definito un piano di spesa credibile, con un gap stimato fino a decine di miliardi nel budget della difesa. A ciò si aggiungono differenti esigenze strategiche. Il Giappone punta a rispettare una scadenza relativamente rigida per avere il velivolo operativo entro la metà del prossimo decennio, mentre Londra (e in parte Roma) spinge per un approccio più flessibile e ambizioso, orientato a un “sistema di sistemi” nel quale al caccia da combattimento si affiancano a più droni, anche a costo di rallentare i tempi.
Queste difficoltà si inseriscono in un quadro più ampio di incertezza: la pressione americana
sugli alleati, sotto l’amministrazione di Donald Trump, affinché aumentino le proprie capacità
difensive, e le tensioni globali legate alle crisi in Medio Oriente e in Europa. Se Tokyo piange,
Berlino non ride. In Europa emergono infatti problemi analoghi nel programma Future Combat
Air System (FCAS), segnato da ritardi, divergenze industriali tra Francia e Germania e difficoltà
di governance. Il rischio è che entrambi i grandi programmi europei di sesta generazione entrino
in una fase di stallo o frammentazione.
Cosa significa
La situazione è un po’ paradossale: la presenza di due programmi simili in Europa è stata a lungo criticata, a torto o a ragione, come l’ennesima dimostrazione di duplicazioni. Da troppo, però, a troppo poco è un attimo. Il punto centrale non è solo un ritardo industriale, ma una crisi di coerenza strategica occidentale nel settore della difesa. Il GCAP nasceva con un obiettivo ambizioso: ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e competere con piattaforme americane come l’F-35. Oggi, però, rischia di essere indebolito proprio dalle condizioni politiche e finanziarie interne agli alleati. Il fatto che il Giappone – tradizionalmente prudente – esprima apertamente frustrazione segnala un problema di credibilità. Allo stesso tempo, le divergenze tra partner riflettono priorità strategiche diverse. Tokyo ragiona in termini di tempistiche e minaccia regionale (Cina), mentre Londra e Roma guardano a un orizzonte tecnologico più ampio ma meno urgente. Questo disallineamento è tipico dei programmi multinazionali, ma qui viene amplificato dal contesto geopolitico. Il problema è ancora più evidente se si guarda all’Europa. Il FCAS franco-tedesco è bloccato da anni su questioni industriali e di leadership tecnologica. Se anche il GCAP rallenta, il risultato è che l’Occidente – pur avendo capacità tecnologiche superiori – fatica a tradurle in programmi concreti e tempestivi.
Su questo sfondo si inserisce la variabile americana. La pressione di Donald Trump sugli alleati
per aumentare la spesa e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti convive con una realtà opposta:
senza coesione e finanziamenti adeguati, i programmi alternativi rischiano di fallire, rafforzando ulteriormente il primato americano. Non si può escludere, inoltre, che Washington veda con favore – o quantomeno non ostacoli – un rallentamento di questi programmi, soprattutto se ciò mantiene gli alleati legati all’ecosistema industriale-militare americano. In questo contesto emerge anche un rischio politico: il Regno Unito potrebbe essere spinto, per ragioni di bilancio o sotto pressione strategica americana, a ridimensionare o riconsiderare il proprio impegno nel GCAP. Sarebbe un passaggio critico, perché Londra è il perno industriale e operativo del progetto.
E adesso?
Nel breve termine, il rischio principale è un ulteriore slittamento del GCAP. Senza
una decisione rapida sul finanziamento britannico, il programma potrebbe perdere slancio,
aumentare i costi e indebolire la fiducia tra i partner, in particolare con il Giappone. Tokyo
potrebbe quindi cercare alternative o a ristrutturare il progetto, ad esempio ampliando la base
clienti o modificando l’architettura industriale. Alcune voci parlano di un possible ingresso della Polonia: ciò darebbe massa critica, ma non potrebbe sostituire le capacità tecnologico-industriali britanniche o giapponesi. Nel medio periodo, emerge un problema più profondo: con FCAS in difficoltà e GCAP rallentato, il rischio non è più la duplicazione inefficiente ma la possibile subalternità. Senza opzioni interne, l’unica alternativa rimane made in U.S.A., esattamente come con l’F-35.
Due considerazioni finali. Da una parte, al GCAP si è arrivati in quanto Francia e
Germania volevano escludere l’Italia. Ciò spiega il singolare tentativo di perseguire l’autonomia
strategica europea con un Paese fuori dall’UE, il Regno Unito, e uno fuori dall’Europa, il
Giappone. Dall’altra, le cooperazioni multinazionali hanno storicamente affrontato numerosi
problemi di governance: difficile che possano essere risolti.