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Fino al 98% del solare Ue dipende dalla Cina e l'assemblaggio europeo di pompe di calore costa il doppio, la preferenza europea negli appalti aumenta i costi dove la filiera non esiste ancora

Cos’è successo
La riforma degli appalti dal 1° luglio estenderà la preferenza europea dell’Industrial Accelerator Act a circa 2.000 miliardi di spesa pubblica annua. Prima che accada, conviene individuare dove questa preferenza Ue potrebbe far danni in termini di aumento dei costi e mancanza di offerta di componenti e materiali critici.
In almeno tre settori, il vincolo d’origine non protegge, ma tassa. Infatti, dove la capacità europea non esiste, la preferenza non si crea per decreto e sposta, almeno nel breve, il costo sui committenti pubblici. La Commissione sembra voler accettare il sovrapprezzo per costruire la filiera - la domanda è se la scommessa regge. E un terzo settore danneggiato non è preso in considerazione dall'iniziativa: ma e' l’export italiano esposto alle ritorsioni del near-shoring europeo.
Perché conta
La preferenza non è un errore in sé, ma una scommessa con un costo certo oggi e un beneficio incerto domani. È la logica del CHIPS Act statunitense: vincolare la domanda pubblica per rendere finanziabili impianti altrimenti fuori mercato. Funziona se la domanda è abbastanza grande e stabile da attirare investimenti, ma i numeri delle filiere dicono che non sempre lo è.
- Solare e pompe di calore: qui il prezzo della scommessa è più alto del ritorno atteso. Il 94-98% di celle e moduli installati nell’Ue arriva dalla Cina e l’assemblaggio europeo di pompe di calore costa il doppio. Una gara pubblica vincolata può rallentare l’elettrificazione più di quanto costruisca la filiera, perché il divario non è di scala ma di costo strutturale;
- Celle batteria e auto elettrica al 70%: la domanda c’è, ma la capacità su cui poggia non ancora. Dal 2025, oltre 700 GWh di progetti europei risultano cancellati o in ritardo. Col fallimento del campione svedese, la prima capacità del continente è in Ungheria, a proprietà asiatica. Il vincolo scommette su impianti che il mercato non ha ancora costruito;
- Il terzo settore danneggiato è fuori dal regolamento: l’export italiano verso la Cina. Vale 15,3 miliardi (2024) in moda, meccanica, farmaceutica e agroalimentare, già in calo dell’11,7% nel primo semestre 2025; e Pechino ha presentato osservazioni formali contestando la compatibilità OMC. Resta aperto se la preferenza protegga filiere che l’Italia ha in parte perso, esponendo quelle che ha ancora.
Adesso
- Breve termine (1° luglio 2026): leggere nel testo del Public Procurement Act perimetro ed esenzioni della preferenza - soglie di valore, deroghe per assenza di offerta conforme, clausole di flessibilità. Conta perché le deroghe decidono se le gare restano aggiudicabili. Da qui dipende la strategia dei committenti italiani sulle gare in progettazione;
- Medio termine (negoziato 2026-2027): monitorare gli emendamenti su esclusione delle batterie dal computo e correzione della soglia del 70%, insieme all’eventuale formalizzazione della disputa OMC da parte cinese. Conta perché definisce il rischio di contromisure. L’esito determina se l’esposizione dell’export italiano resta teorica o si traduce in dazi mirati;
- Lungo termine (dal 2027): verificare se la domanda vincolata genera capacità europea - nuovi impianti di celle e moduli finanziati su contratti pubblici - o solo sovrapprezzi. Conta perché è il test dell’intera scommessa. Su questo si misura se il Made in EU andrà difeso, ricalibrato o smontato nella revisione.