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Dopo un crollo dei costi di lancio del 98% in 45 anni, l'economia orbitale varrà 1.800 miliardi entro il 2035

Cos’è successo
Ad agosto, il Goldman Sachs Global Institute (il centro studi della famosa banca d'affari) ha pubblicato “The Second Space Age: How Markets, Technology, and Power Are Reshaping the Final Frontier”, un rapporto sull'economia dello spazio. La tesi di fondo è che lo spazio non è più un progetto volto al prestigio statale come nel XX secolo, ma sempre più un pilastro dell'economia industriale, digitale e dunque della sicurezza nazionale.
Il cambiamento ha basi economiche. Il costo di lanciare un chilo nello spazio (LEO) è sceso da circa circa $70.000 nel 1981 a poco più di $1.500 oggi (una riduzione del 98%): razzi riutilizzabili, satelliti più piccoli, chip più performanti e produzione più efficiente hanno permesso questa transizione. Nel 2025 sono affluiti oltre $50 mld nell’ecosistema legato allo spazio, e nel primo trimestre 2026 si è già arrivati ad oltre 30 mld. Secondo lo studio, l’economia spaziale globale arriverà quindi a $1.800mld entro il 2035, a cui va aggiunta la domanda militare. Va infatti notato come la spesa americana per lo spazio da parte di forze armate e organi della difesa sia già aumentata di 6 volte tra il 2020 e il 2027. Chi controllerà capacità di lancio, manifattura, infrastrutture orbitali e dati dallo spazio accumulerà quindi potere economico e strategico.
Perché conta
- Mercati, tecnologia e geopolica si fondono secondo Goldman Sachs: più lo spazio diventa infrastruttura terrestre (comunicazioni, osservazione, PNT, difesa), più diventa un terreno di competizione, politica, economica e militare;
- L'accesso al capitale e alla capacità di lancio diventano pertanto vantaggi competitivi nazionali, non solo aziendali; gli Stati che restano spettatori perdono influenza su un dominio ormai dual-use;
- La “istituzionalizzazione” dello spazio nei mercati pubblici accelera investimenti di lungo periodo (fabbriche satellitari, reti resilienti, infrastrutture lunari), ma concentra il potere su pochi nodi. Si viene così a creare una relazione in parte simbiotica in parte competitiva tra aziende e stati.
Adesso
- Governi e investitori dovranno finanziare capacità di lancio, supply chain e costellazioni resilienti, accettando che i ricavi, e soprattutto i profitti, ritardino ad arrivare rispetto ai tempi (immediati) degli investimenti. C'è però un aspetto centrale: chi riesce a chiudere ora i progetti di finanziamento si assicura la sopravvivenza in questo mercato negli anni a venire;
- La domanda di difesa continuerà a trainare il settore (ISR, comunicazioni, early warning, eventualmente intercettori orbitali), intrecciando più strettamente gli ambiti commerciale e militare. Al momento, non tutte le economie di scale e di scopo sono visibili, ma è possibile tanto che i sue ambiti si intreccino quanto che si verifichi una divisione funzionale, e quindi industriale, dei due ambiti;
- La competizione per l'accesso orbitale, slot e dati si intensificherà tra USA, Cina e altri attori: lo spazio sarà meno “frontiera finale” e più infrastruttura critica, con rischi di congestione, detriti e militarizzazione crescente. L'Europa sta lavorando al suo Space Act di cui una nuova versione è attesa per i prossimi mesi.