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Dopo 211 anni di neutralità la Svizzera vota su una modifica costituzionale che rischia di isolarla dall'Europa

Cos’è successo
Gli svizzeri sono chiamati alle urne domenica per decidere se inserire nella Costituzione una definizione più rigida della neutralità del Paese, una tradizione che affonda le radici nella sconfitta dei Confederati a Marignano nel 1515 e che fu riconosciuta a livello internazionale nel 1815. Un "sì" impedirebbe a Berna di imporre sanzioni contro la Russia senza il via libera del Consiglio di sicurezza dell'Onu, dove Mosca ha diritto di veto, e vieterebbe la cooperazione militare con alleanze come la Nato, salvo il caso di un attacco diretto o di una minaccia imminente alla Confederazione.
La Russia ha sostenuto apertamente l'iniziativa. Il referendum, promosso dal gruppo nazional-conservatore Pro Schweiz e legato all'Unione Democratica di Centro (SVP), con il miliardario ed ex consigliere federale Christoph Blocher tra i principali sostenitori, nasce dal malcontento seguito all'allineamento della Svizzera alle sanzioni dell’Ue contro Mosca dal 2022. Il governo federale si oppone al testo, così come tutti i grandi partiti tranne la SVP, e i sondaggi di questo mese indicano che quasi due terzi dell'elettorato è contrario.
Perché conta
- Vale la pena ricordare che la neutralità svizzera non è mai stata assoluta: dopo il riconoscimento del 1815 e la codifica costituzionale del 1848, Berna ha comunque partecipato alle sanzioni contro l'Iraq nel 1990 e aderito al Partenariato per la pace della Nato nel 1996; durante la Seconda guerra mondiale, circondata dalle potenze dell'Asse, sostenne persino economicamente lo sforzo bellico tedesco pur dichiarandosi neutrale. L'iniziativa vuole eliminare proprio il margine discrezionale che i governi hanno sempre usato per adattare il principio al contesto;
- La guerra in Ucraina ha già spinto la Svizzera a rafforzare la propria difesa, aumentare la spesa militare e intensificare la cooperazione con la Nato e con il programma europeo Pesco, pur restando fuori dalle alleanze; una strategia di sicurezza pubblicata questo mese parla di un contesto "drasticamente peggiorato" e chiede l'acquisto di missili a lungo raggio e droni;
- Il voto ha una portata che va oltre i confini elvetici: anche altri Paesi tradizionalmente neutrali, come Austria e Irlanda, stanno aumentando la spesa per la difesa e stringendo i legami con la Nato, in un contesto in cui l'affidabilità della garanzia di sicurezza americana per l'Europa è sempre più in discussione.
Adesso
- Se prevalesse il no, come indicano i sondaggi, il governo manterrebbe il margine di manovra attuale, potendo continuare ad allineare le sanzioni a quelle Ue caso per caso e ad approfondire la cooperazione con la Nato senza aderirvi; il dibattito sull'identità neutrale del Paese resterebbe comunque aperto, alimentato anche dal referendum di novembre sull'export di armi verso un gruppo di 25 Paesi perlopiù occidentali, anche se coinvolti in conflitti in corso;
- Se prevalesse il sì, la Svizzera si vincolerebbe costituzionalmente a non sanzionare senza l'avallo dell'Onu e a non cooperare militarmente con la Nato fuori da un attacco diretto: un esito che per i critici isolerebbe il Paese proprio mentre la sicurezza europea si deteriora, e che per i sostenitori restaurerebbe il ruolo di mediatore imparziale della Svizzera, la sua "Ginevra internazionale" e la sua attrattività economica.