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Difesa, il gap italiano nei sistemi senza pilota: un drone turco sulla portaerei Cavour
Cosa è successo
L’Ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare italiana, ha dichiarato il 25 marzo 2026 davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa del Senato che l’Italia sta procedendo all’acquisto del drone turco Bayraktar TB3 per impiegarlo sulla portaerei Cavour. La decisione arriva dopo che il TB3 ha sorpreso positivamente gli alleati NATO durante recenti esercitazioni, dimostrando prestazioni superiori in condizioni di freddo estremo e superando, in alcuni aspetti operativi, i sistemi di droni di altri paesi membri dell’Alleanza. L’acquisto verrà gestito attraverso la joint venture LBA Systems tra la turca Baykar e l’italiana Leonardo, che prevede già la produzione congiunta di droni medi in stabilimenti italiani e l’integrazione di tecnologie e sensori europei sul velivolo. Si tratta di un ulteriore passo concreto in una collaborazione bilaterale che include anche l’acquisizione da parte di Baykar di Piaggio Aerospace, finalizzata a creare una base produttiva europea per i sistemi unmanned.
Perché è importante
Questo annuncio evidenzia in primo luogo l’occasione persa dall’Italia un decennio fa quando si sarebbe potuto investire in droni ma si preferirono altre strade. In secondo luogo, questo passo segnala la volontà della Marina Militare di voler chiudere un gap capacitivo di media durata, l’integrazione di sistemi senza pilota sulle sue unità navali: integrazione partita come sperimentazione a inizio anni 2010 e che ancora non ha visto risultati concreti. In terzo luogo, il possibile accordo rappresenta un segnale concreto della crescente credibilità tecnologica e operativa dell’industria della difesa turca all’interno della NATO, confermando quanto evidenziato dall’IISS di Londra. Il Bayraktar TB3 – versione navalizzata con capacità di decollo e atterraggio corto su portaerei come la Cavour – ha dimostrato sul campo un mix vincente di affidabilità, costi contenuti e capacità di operare in condizioni ambientali difficili, rendendolo particolarmente adatto agli scenari mediterranei e navali. L’Italia, come altri paesi europei, cerca soluzioni rapide e collaudate per colmare i gap nei sistemi senza pilota, evitando i tempi lunghi dei grandi programmi consortili europei come FCAS o GCAP. La partnership con Leonardo consente a Roma di “europeizzare” il prodotto turco: attraverso certificazione UE, sensori avanzati e sistemi di comando e controllo italiani, un acquisto estero si trasforma in una vera collaborazione industriale. Per la Turchia, invece, è una validazione internazionale di alto profilo: un grande paese NATO sceglie apertamente la sua tecnologia dopo test diretti e comparativi con sistemi occidentali, rafforzando il posizionamento di Ankara come produttore globale di droni maturi e competitivi.
E adesso?
Nel breve termine, se l’acquisto si concretizzerà, la Marina italiana acquisirà rapidamente capacità di sorveglianza persistente a basso costo, integrando il TB3 in un ecosistema navale senza necessità di catapulte o infrastrutture complesse. Questo accelererà anche la produzione congiunta di droni medi in Italia, generando posti di lavoro qualificati e trasferendo know-how locale nel settore unmanned, con benefici diretti per l’industria nazionale. Nel medio periodo, l’episodio rafforza il trend di diversificazione degli approvvigionamenti della difesa europea: paesi come l’Italia guardano sempre più a partner NATO extra-UE per tecnologie mature e convenienti, riducendo la dipendenza esclusiva da fornitori americani o da partner stranieri. Per la Turchia significa un boost significativo alle esportazioni di droni e un consolidamento della propria posizione come attore chiave nel mercato globale dei sistemi unmanned. Nel lungo periodo, questa cooperazione bilaterale Italia-Turchia potrebbe diventare un modello per altre partnership “ibride” all’interno della NATO: alleanze pragmatiche su tecnologie specifiche che aggirano le lentezze della governance multilaterale europea, ma che allo stesso tempo rischiano di creare frammentazione negli standard e nelle supply chain della difesa. Sul piano strategico, rafforza il ruolo della Turchia come attore rilevante nel Mediterraneo e nella catena di fornitura della difesa europea, mentre per l’Italia offre una via concreta per mantenere aumentare le capacità a costi contenuti. Da una parte, mentre l’Europa discute di autonomia strategica, questo caso dimostra che la strada più pratica passa spesso attraverso cooperazioni bilaterali pragmatiche con partner NATO. Dall’altra, le grandi potenze e le alleanze rischiano di sottovalutare il valore dell’agilità e delle prestazioni reali rispetto alla complessità industriale tradizionale, lasciando che attori più snelli come la Turchia guadagnino terreno proprio nei settori (i droni) che stanno ridefinendo la guerra moderna. Vi è però un’importante considerazione politico-strategica. La cooperazione in armamenti richiede anche allineamento geopolitico. Il successo di questi accordi dipende infatti anche dalla capacità dei due attori di trovare punti comuni su altri fronti, in primis Libia, Mediterraneo Orientale e Somalia.