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DeepSeek raddoppia il round per i chip Nvidia di contrabbando, 15,8 mld, il 27% da soci statali

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DeepSeek raddoppia il round per i chip Nvidia di contrabbando, 15,8 mld, il 27% da soci statali

Cos’è successo

Il lab cinese DeepSeek ha chiuso in ottobre un round da 105,5 miliardi di yuan ($15,8 miliardi) con una trentina di investitori, a una valutazione di 615,5 miliardi di yuan (circa $92 miliardi), e con i due round ha raccolto più venture capital di qualunque altra azienda AI cinese. Secondo i dettagli ottenuti da The Information, il 27% dei soldi è arrivato da soci statali, contro il 2% del primo round da $7,4 miliardi. Fra loro ci sono gli operatori telefonici China Mobile e China Telecom, le banche d'investimento CICC e Citic Securities e l'assicuratore China Life, con assegni fra 2 e 8 miliardi di yuan ciascuno, oltre al fondo nazionale cinese per l'AI, che come nel primo round è entrato direttamente nel capitale (la maggior parte degli altri passerebbe invece da una società-contenitore del fondatore Liang Wenfeng, senza diritto di voto). Sono entrate anche SMIC, la principale fonderia cinese (cioè un'azienda che produce chip progettati da altri) sostenuta dallo Stato, e CXMT, fra i maggiori produttori cinesi di memoria. Sui due round, i gruppi tecnologici hanno messo il 42% dei capitali, con Tencent e il produttore di batterie CATL primi soci, e quelli statali il 19%.

Secondo due persone a conoscenza diretta dell'operazione, DeepSeek ha raddoppiato il round a raccolta in corso soprattutto perché al mercato nero erano saliti i prezzi dei Blackwell, la famiglia di chip per l'AI di fascia alta di Nvidia (l'altro motivo è mettersi al riparo nel caso la bolla dell'AI scoppiasse). Gli Stati Uniti ne vietano la vendita alla Cina con i controlli all'export, ma nei quattro mesi della raccolta un server con otto B300 — il modello di punta — è passato da 15 a circa 19 milioni di yuan ($2,85 milioni), più di cinque volte il prezzo pagato nella maggior parte dei Paesi, secondo i contrabbandieri. A inizio ottobre il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato un imprenditore californiano accusato di aver fatto arrivare in Cina oltre $300 milioni di server con GPU americane passando per Malesia e Singapore, e nei giorni scorsi la società israeliana di sicurezza informatica Lava ha segnalato 32 B300 nella rete di China Telecom (nulla indica che fossero destinati a DeepSeek). Nvidia non ha smentito, ma sostiene che nei recenti casi giudiziari la merce deviata sia meno dello 0,5% e che il contrabbando resti "una goccia nel mare" rispetto al calcolo di cui la Cina già dispone.

Perché conta

I chip più avanzati arrivano in Cina nonostante i controlli all'export americani, che però li rendono molto più cari; e nel round con cui DeepSeek ha raccolto i soldi per pagarli, più di un quarto viene da soci statali. Ne esce una DeepSeek più legata allo Stato — e naturalmente un argomento in più per chi a Washington vuole trattarla di conseguenza.

  • Se la Cina disponesse già dell'oceano di compute di cui parla Nvidia, DeepSeek non avrebbe raddoppiato un round per comprare server a cinque volte il prezzo normale. La quota irrisoria dei casi finiti in tribunale dice poco su ciò che i controlli vogliono impedire, cioè che i lab cinesi più avanzati addestrino i propri modelli sui chip migliori; del resto, già a febbraio, un funzionario dell'amministrazione Trump aveva detto a Reuters che il modello V4 di DeepSeek era stato addestrato proprio su chip Blackwell. I controlli quindi lasciano passare i chip, imponendo però un costo vero, fungendo cioè di fatto da dazio sulla capacità di calcolo cinese (che finisce in buona parte a contrabbandieri e intermediari);
  • Una parte di quel conto è coperta sostanzialmente dalle grandi aziende di Stato, e con SMIC e CXMT ne entrano nel capitale due su cui Pechino punta per sostituire chip e memorie stranieri, in un momento in cui i lab cinesi soffrono una carenza di compute dovuta ai controlli e a una penuria globale di memoria. L'ingresso dei due gruppi conferma un argomento caro a Nvidia, secondo cui i controlli spingono la Cina verso l'autosufficienza; ma se DeepSeek paga ancora i Blackwell cinque volte tanto, i sostituti nazionali evidentemente non bastano. A giugno, commentando il primo round, avevamo scritto che Pechino scommetteva sul controllo più che sui soldi; ora arrivano anche quelli, e pur restando una società privata sotto il controllo di Liang, DeepSeek somiglia sempre più a un campione nazionale sostenuto dallo Stato e dai grandi gruppi tecnologici del Paese;
  • Il divieto con cui il Dipartimento della Sicurezza interna americano (DHS) ha appena escluso DeepSeek dalle agenzie federali civili poggia soprattutto sui dati custoditi in Cina, ma di fatto segue l'origine del modello, anche quando i pesi girano su server americani. Il capitale statale sposta l'argomento sui legami fra il lab e lo Stato cinese, un criterio più solido della sola origine; proprio per questo Washington dovrebbe dichiararlo come tale, e applicarlo allo stesso modo a tutti i lab che presentano gli stessi legami.

Adesso

  • Trump e Xi dovrebbero tornare a parlare (anche) di AI al vertice dell'APEC, il forum economico dell'Asia-Pacifico, atteso a Shenzhen a metà novembre, mentre il dialogo bilaterale sull'AI annunciato a settembre dovrebbe riprendere in quello stesso mese. Pechino ha già protestato contro il divieto federale su DeepSeek, e un azionariato in parte pubblico le renderà più difficile presentarla come un'azienda privata qualunque;
  • La proposta di legge Chip Security Act, che imporrebbe ai chip esportati un sistema di verifica della posizione, è stata approvata a marzo con 42 voti a zero dalla commissione Esteri della Camera americana, ma da allora non è andata avanti, e lo strumento di localizzazione annunciato da Nvidia non è ancora disponibile, tant'è che Lava ha individuato i B300 nella rete di China Telecom grazie a un software di monitoraggio di Nvidia lasciato accessibile dall'esterno. Per non decadere, la proposta dovrebbe essere approvata da Camera e Senato prima che il Congresso si chiuda a inizio gennaio, con poche settimane di lavori dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre;
  • A giugno Reuters aveva rivelato che DeepSeek e CXMT erano fra le oltre cento aziende cinesi già approvate da un comitato interministeriale americano per la lista nera commerciale (Entity List) del Dipartimento del Commercio, che vieta alle aziende americane di vender loro tecnologia, e che la lista era ferma da ottobre 2025 anche per timore di inasprire le tensioni con Pechino. Per un lab che compra già i chip di contrabbando la lista cambierebbe poco, mentre colpirebbe CXMT, che dipende ancora in parte da tecnologia americana; pubblicarla, però, rischierebbe di compromettere il vertice di Shenzhen.

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