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Dati e disuguaglianze: la nuova frontiera della sanità
Cosa è successo?
Il rapporto OMS Health inequality monitoring: harnessing data to advance health equity mette al centro un punto operativo: i sistemi sanitari migliorano in media, ma senza monitoraggio strutturato delle disuguaglianze i divari restano invisibili. Tra il 2000 e il 2019 l’aspettativa di vita globale è cresciuta di oltre 6 anni, ma nel 2019 il gap tra Paesi superava ancora i 30 anni. Anche la copertura dei servizi sanitari essenziali è aumentata di circa il 15% dal 2000, ma i progressi si sono rallentati dopo il 2015 e restano fortemente diseguali per reddito, istruzione e territorio.
Perché è importante?
Il rapporto chiarisce che le medie nazionali non bastano più per guidare le politiche. Senza dati disaggregati, i sistemi sanitari rischiano di essere formalmente universali ma sostanzialmente regressivi. L’esperienza Covid lo dimostra: accesso a vaccini e cure è stato sistematicamente più basso nei gruppi socio-economici fragili. Il monitoraggio delle disuguaglianze diventa quindi uno strumento di governance: serve a misurare chi resta indietro, valutare se le politiche riducono davvero i divari e rafforzare accountability e allocazione delle risorse.
E adesso?
L’OMS indica una direzione concreta: integrare il monitoraggio delle disuguaglianze nei sistemi informativi sanitari, usare più fonti (survey, registri, dati amministrativi), disaggregare per reddito, istruzione, genere e area, e collegare i risultati alle decisioni di spesa. Per Europa e Italia significa passare da politiche sanitarie “medie” a politiche mirate, capaci di prevenire costi futuri, migliorare esiti clinici e rendere sostenibile il welfare in un contesto di invecchiamento e risorse limitate.