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Dalla copertura alla prevenzione: perché l’assicurazione deve integrare la natura
Cosa è successo?
Il Emissions Gap Report 2025 – Off target dell’United Nations Environment Programme evidenzia un forte squilibrio tra i flussi finanziari che danneggiano la natura e quelli destinati a proteggerla. Ogni anno circa 7.000 miliardi di dollari di investimenti contribuiscono alla degradazione degli ecosistemi, mentre la finanza positiva per soluzioni basate sulla natura si ferma a 200 miliardi. Il dato chiave è che basterebbe reindirizzare il 7,7% dei flussi dannosi per colmare interamente il fabbisogno globale di finanziamento delle nature-based solutions. Queste soluzioni (ripristino di foreste, zone umide, mangrovie e suoli) potrebbero ridurre le emissioni globali del 10–19% l’anno e, allo stesso tempo, aumentare la resilienza a alluvioni, ondate di calore e siccità.
Perché è importante?
Per il settore assicurativo il messaggio è strutturale: la sostenibilità di lungo periodo non può basarsi solo su repricing e ritiro dal rischio, ma su riduzione ex-ante delle perdite. Senza interventi sugli ecosistemi, la degradazione ambientale continua ad amplificare la frequenza e la correlazione dei sinistri, erodendo direttamente il valore assicurabile. In questo contesto, la natura diventa una variabile economica centrale per la solvibilità, non un tema ESG accessorio.
E adesso?
Il report indica una traiettoria chiara: crescita di coperture parametriche, resilience e catastrophe bond, e pool pubblico-privati legati al ripristino degli ecosistemi. Gli assicuratori sono chiamati a evolvere da semplici pagatori di sinistri a risk engineer e allocatori di capitale, allineando redditività tecnica e rigenerazione della natura. In prospettiva, proteggere gli ecosistemi non è solo una scelta ambientale, ma una condizione necessaria per preservare l’assicurabilità stessa dei rischi climatici.
Fonte: https://wedocs.unep.org/rest/api/core/bitstreams/4830e1a8-14c0-44a5-a066-cdd2ba5b3e10/content