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Continuità o cambio di rotta? Cosa succede dopo l’uscita di Cingolani da Leonardo

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Continuità o cambio di rotta? Cosa succede dopo l’uscita di Cingolani da Leonardo

Cosa è successo

Il 9 aprile il ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), azionista di riferimento di Leonardo S.p.A. con circa il 30,2% del capitale, ha indicato Lorenzo Mariani come nuovo amministratore delegato del principale gruppo italiano attivo nei settori aerospazio, difesa e sicurezza, sostituendo così Roberto Cingolani, alla guida dell’azienda dal maggio 2023. Contestualmente, è stato nominato nuovo presidente Francesco Macrì, in sostituzione di Stefano Pontecorvo.


Roberto Cingolani, fisico, prima direttore dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e poi ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi, era stato nominato Amministratore Delegato da questo stesso esecutivo nel 2023. Sotto la sua guida Leonardo ha registrato una forte crescita: ordini e ricavi in forte aumento, quotazione in Borsa più che quadruplicata nel triennio e numerose partnership internazionali con player europei (Airbus e Thales nello spazio, Rheinmetall nella difesa terrestre, Baykar per i droni) e progetti come il “Michelangelo Dome” per la difesa aerea integrata. Nonostante questi risultati positivi, il governo non ha rinnovato il mandato. La scelta è ricaduta su Lorenzo Mariani, manager interno di lungo corso: già condirettore generale al fianco di Cingolani dal 2023 al 2025, con esperienza in ruoli apicali nella ex Finmeccanica/Leonardo e, più di recente, alla guida di MBDA Italia (joint venture europea missilistica partecipata da Leonardo, Airbus e BAE Systems). Mariani è considerato una figura di continuità operativa, stimata nel settore difesa per la profonda conoscenza del gruppo e del business core. La decisione ha colto di sorpresa molti osservatori proprio per i risultati ottenuti da Cingolani e per il fatto che la nomina originaria era stata voluta dallo stesso governo. Il titolo in borsa ha registrato un forte calo, come però il resto del settore.

Perché è importante

Il cambio ha generato un acceso dibattito pubblico. Alcuni articoli e commenti (ad esempio su Domani del 12 aprile 2026) hanno ipotizzato influenze esterne: lamentele di Alexander Alden (figura legata a Palantir e all’entourage trumpiano, vicino a Giorgia Meloni) sulla governance di Leonardo o sulla mancata acquisizione di prodotti americani, con un presunto ruolo di generali e ambienti trumpiani nel “siluramento” di Cingolani. Altre voci hanno parlato di tensioni con Palazzo Chigi per uno stile troppo autonomo di Cingolani o per scelte strategiche orientate all’autonomia europea (accordi con partner continentali che avrebbero potuto scontentare Washington). Il governo ha fornito spiegazioni tardive, limitate e in parte contraddittorie, alimentando così le polimiche e le speculazioni.

Alla base della scelta, vi sembrano essere due visioni differenti sulla difesa italiana e, di conseguenza, sulla sua industria principale. Cingolani ha spinto su visioni futuristiche, nuove tecnologie e soprattutto cyber e spazio. Il governo, tramite Mariani, sembra invece preferire traduzione delle tecnologie in prodotti, maggiore produzione, anche per non ritardare il piano di riarmo italiano ed europeo. Nell'era Cingolani, infatti, la joint venture con la tedesca Rheinmetall non ha generato alcun prodotto, discorso analogo per la joint venture con la turca Bayraktar sui droni, mentre Michelangelo Dome - l'architettura per unificare le difese anti-missile europee - non ha riscosso significativo entusiasmo o interesse da parte degli altri Paesi europei, in gran parte già coinvolti nel programma a guida tedesca European Sky Shield Initiative.

E adesso?

•Per Leonardo la nomina di un manager con un'importante esperienza interna e diretta nel gruppo, unita alla sua esperienza in programmi multinazionali europei tramite MBDA, suggerisce una fase di stabilità operativa e focus sul core business della difesa tradizionale, piuttosto che su spinte innovative o di diversificazione accentuate sotto Cingolani. Non è un cambio rivoluzionario di linea industriale, ma un aggiustamento al vertice in un momento di boom degli ordinativi legati all’aumento della spesa per la difesa in Europa.
•Per la politica industriale italiana, Leonardo resta controllata dal Mef e il governo conferma il suo ruolo di indirizzo strategico sulle partecipate pubbliche (nello stesso pacchetto sono stati confermati Descalzi all’Eni e Cattaneo all’Enel). La scelta di un profilo interno e “di sistema” come Mariani riduce rischi di discontinuità, ma solleva domande sul bilanciamento tra autonomia manageriale e allineamento politico.
•Per il settore difesa europeo e le relazioni internazionali, in un contesto di tensioni geopolitiche (Ucraina, Medio Oriente) e di spinta verso una maggiore capacità industriale europea, il cambio avviene mentre l’Italia è impegnata in programmi multinazionali (caccia di sesta generazione, elicotteri, carri armati, MLRS). Non emergono segnali di inversione di rotta su partnership già siglate (es. con Baykar o Rheinmetall).
•Sul piano economico e di mercato, la reazione iniziale del titolo riflette l’incertezza tipica di un cambio al vertice inatteso. Tuttavia, la continuità manageriale e i fondamentali solidi dell’azienda (portafoglio ordini record) dovrebbero limitare impatti negativi di lungo termine - anche se il piano industriale appena presentato e apprezzato dal mercato dovrà realisticamente essere rivisto.

Il dibattito pubblico ha però messo in luce un problema di comunicazione: la mancanza di trasparenza ha alimentato narrazioni alternative, rischiando di danneggiare l’immagine del Paese all’estero tra investitori e partner internazionali. Negli ultimi 12 anni, Mariani è l'unico amministratore delegato di Leonardo che può vantare un'importante esperienza nel settore difesa e una forte conoscenza dell'azienda. Questo aspetto è finito per scomparire per via dei silenzi prima, temporeggiamenti dopo, e giustificazioni ex post.

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