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Con un + 4% scarso la Cina non raggiunge l'obiettivo di crescita economica per la prima volta dalla ripresa post-Covid

Cos’è successo
Nel secondo trimestre del 2026 l'economia cinese ha registrato una crescita del 4,3% su base annua, un dato inferiore alle aspettative del 4,5% che evidenzia le crescenti difficoltà di Pechino nel bilanciare le debolezze interne con i venti di crisi internazionali. Nonostante il boom dell'export tecnologico (+27%), trainato da chip e auto elettriche, la vistosa frenata dei consumi interni, il crollo degli investimenti immobiliari (-18%) e il calo degli investimenti fissi (-5,7%) dipingono il quadro di un'economia a due velocità non più sostenibile nel lungo periodo.
A complicare lo scenario globale si aggiunge il conflitto in Iran, che con il blocco dello Stretto di Hormuz e l'impennata del greggio fino a 114 dollari al barile ha sì temporaneamente allontanato lo spettro della deflazione in Cina per via dei maggiori costi energetici, ma rischia ora di soffocare la manifattura e deprimere ulteriormente la fiducia dei consumatori globali e interni.
Perché conta
A rendere la notizia ancora più interessante è il fatto che siano le stesse autorità cinesi a riconoscere il momento di difficoltà e debolezza. I dati macroeconomici diffusi dall'Ufficio nazionale di statistica e il contesto geopolitico delineano tre elementi chiave:
- La crescita del 4,3% rappresenta una rara e realistica ammissione di debolezza da parte di Pechino, che rischia di mancare il target annuo del 4,5-5%, il più basso dagli anni Novanta;
- Sebbene la Cina abbia rinunciato a fissare un target nel 2020, anno della pandemia, e lo abbia poi mancato nel 2022 a causa dei duri lockdown della politica "Zero Covid", la frenata attuale al 4,3% segna il ritmo di crescita più debole per la Cina proprio dalla fine di quel tormentato 2022,
- La crisi energetica in Medio Oriente e le tensioni tra Usa e Iran espongono la Cina a forti shock di fornitura, malgrado la Repubblica popolare abbia parzialmente ammortizzato l'impatto riducendo le importazioni di greggio al minimo storico e scommettendo sull'export di tecnologie pulite;
- Il surplus commerciale record di 125,62 miliardi di dollari registrato a giugno rischia di inasprire le tensioni doganali con i partner internazionali, che accusano Pechino di inondare i mercati esteri con la propria sovrapproduzione industriale.
Adesso
Le ripercussioni di questo rallentamento economico aprono scenari complessi sia sul fronte interno che su quello estero:
- A livello interno, la stagnazione dei consumi costringerà il governo ad abbandonare i vecchi pilastri dell'edilizia e delle infrastrutture per varare stimoli fiscali mirati e piani quinquennali di sostegno al commercio al dettaglio, pena il rischio di instabilità sociale dovuta a un mercato del lavoro sempre più difficile;
- Nei rapporti con gli Usa, il parziale disgelo seguito alla visita di Donald Trump a Pechino a maggio ha favorito un rimbalzo dell'export cinese verso l'America del 26%, ma la persistente dipendenza di Pechino dalle esportazioni ad alta tecnologia rende questo canale vulnerabile a repentine svolte protezionistiche (a cui Trump ci ha abituato in questi anni);
- A livello internazionale, nei rapporti con la Russia, la Cina manterrà una partnership strategica ed energetica cruciale, ma la necessità di Pechino di evitare sanzioni secondarie dall'Ue e dagli Usa e di stabilizzare le proprie catene logistiche globali richiederà un delicato equilibrismo diplomatico per non compromettere l'accesso ai mercati occidentali.